mercoledì 9 febbraio 2011

Rebecca Stott: Il Codice Di Newton

A Cambridge, in una fredda mattina di pioggia, un corpo viene ritrovato nel fiume limaccioso che scorre intorno all'università. Galleggia tra i giunchi avvolto in un cappotto rosso; stretto in mano, un antico prisma di vetro. Si tratta di Elizabeth, storica inglese ossessionata dal XVII secolo e dall'alchimia, che stava indagando sulle misteriose circostanze legate all'assegnazione di una cattedra del Trinity College a Isaac Newton, nel 1667. Quell'anno, due docenti erano morti cadendo dalle scale, in apparente stato di ubriachezza; un terzo era morto di polmonite, dopo aver passato la notte in un campo sempre sotto gli effetti dell'alcol; e l'ultimo era stato espulso per malattia mentale, lasciando liberi dei posti all'interno della confraternita. Una semplice coincidenza forse, che però aveva fatto la fortuna del giovane scienziato. Ora il libro di Elizabeth, "l'Alchimista", resta incompiuto: quando Lydia, giovane amica di Elizabeth, acconsente a terminare l'opera in qualità di ghost-writer, strani episodi iniziano a tormentarla. Improvvisi lampi di luce che danzano sui muri, documenti che spariscono e ricompaiano altrove e la sagoma di una figura umana, avvolta in una pesante cappa. Rossa come le toghe che indossavano i professori emeriti nel Seicento.


Lo so che bisogna diffidare dei romanzetti che escono sfruttando la scia dei grandi successi. L'onda lunga de Il Codice Da Vinci risucchia anche questo Codice Di Newton. Nel romanzo il presunto Codice è a malapena menzionato e dopo un po' sparisce misteriosamente, vero è che il titolo originale è Ghostwalk e non The Newton Code. Quant'è bello il marketing editoriale! E' così bello e geniale che riesce anche a spacciare un romanzo Harmony come una ghost story storico-esoterica. Questa è una minestra indigesta e insipida che mescola di tutto: storia, esoterismo, alchimia, thriller, fantasmi, teorie complottiste e animalismo d'accatto; mancano solo i super eroi con super problemi.
Ma quello che riesce a stroncare anche il più volenteroso dei lettori (leggasi frantumare gli zebedei), oltre a una prosa pasticciata e ridondante, è che buona parte di Ghostwalk (mi rifiuto di citarlo nella traduzione italica) è un soliloquio amoroso che non sfigurerebbe nei romanzetti a puntate dove le casalinghe frustrate ritrovano per un attimo, tra un bucato e una lessata ai fagiolini, i propri sogni persi chissà dove e da tempo immemore. Non sono una casalinga e non sono frustrato, perciò romanzi come questo sono la famosa carta bianca de I Due Colonnelli.
Onore a me, che ho sopportato fino alla fine, resistendo alla tentazione di seguire il consiglio di Totò.

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