martedì 29 novembre 2016

Brutte Copertine, Film Così Così e Caramelle Gommose.

Smetto quando voglio.
Giorni fa si parlava di ansia. Quella generata dal fatto di avere un sacco di cose da leggere, guardare e ascoltare e così poco tempo per farlo. Qui il blogging non c'entra, non si tratta di leggere per poi scriverne sul blog. Quando si hanno solamente un paio d'ore a settimana e la pila di libri è impressionante, inizi a pensare che se continui così non riuscirai a leggerli tutti prima della pensione (per i fortunati che ci andranno) e subito dopo subentra il fattore economico: quanti soldi hai speso per libri che forse non leggerai mai? E' logico che salga l'ansia, anche perché hai paura di non riuscire ad ammortizzare l'ingente spesa. In casi estremi, per giustificare l'acquisto, costringi la prole ad appassionarsi a generi dei quali non potrebbe fregar loro di meno:

--Potresti leggere questo libro.
--Il fantasy non mi piace.
--Ma come? Hai letto tutta la saga del Mondo Emerso o come cavolo si chiama!
--Proprio per quello. Io col Fantasy ho chiuso.
--Eh no, l'ho comprato e adesso lo leggi.
--Ma sei impazzito? Mica ti ho chiesto io di comprarlo!
--Per favore...
--Dieci euro e ti faccio pure il riassunto.

Il livello raggiunto era questo. Non sto scherzando.
Poi come d'incanto si è palesato il vecchio detto: non tutti i mali vengono per nuocere.
Già, perché (s)fortunatamente, per motivi che non vi sto a spiegare, sono costretto a trascorrere molte ore alla settimana a fare cosa? Ad aspettare. Proprio così.
Quella che, a prima vista, potrebbe sembrare una rottura di balle livello professionista, si è rivelata come la soluzione ai miei problemi!
Grazie ai tempi di attesa da era geologica è tornato in campo il mio caro amico tablet. Fino ad ora giaceva in panchina, quasi esanime e semi sommerso dalle ragnatele. Adesso è diventato il mio indispensabile compagno di giochi. Con lui ho in tasca tutta la mia libreria digitale, sincronizzata col Kindle casalingo (e ditemi che non è una gran cosa), posso ascoltare quasi tutto ciò che voglio e nei momenti d'ispirazione abbozzare qualche post, anche se scrivere con un tablet mette a dura prova la mia poca pazienza. Per non parlare della possibilità di leggere i migliaia di post e notizie che languono da mesi nell'aggregatore di feed.
Grazie a lui mi sto avvicinando ai ritmi dei tempi che furono: quasi un libro a settimana, post più regolari e di nuovo tanta musica.
Tutto ciò mi mancava. Coltivare con regolarità i miei interessi è una vera panacea.


Sì, è proprio brutta.
Così ho potuto ascoltare con calma il nuovo album dei Metallica. Hardwired... To Self-Destruct non è affatto male, il lavoro migliore dal Black Album in poi. Peccato per una prolissità cronica che appesantisce un po' il piatto. Una sfilza di dodici brani quasi tutti tirati e oltre i sei minuti è difficile da digerire.

Ho visto il rifacimento di Ghostbusters. Dopo aver letto le peggio cose, partorite dalle peggio menti, ero proprio curioso. Non sono prevenuto sui remake e i reboot: La Cosa di John Carpenter, uno dei miei film preferiti, è un remake. E non m'interessa se il ruolo di protagonista viene affidato a una donna, ad un uomo o ad un alieno.
Quindi la mia impressione non è inquinata da preconcetti. Un film carino che purtroppo ha un serio problema: gli attori. Sciapi tutti, senza distinzione di razza, sesso e religione. Qualcuno riesce ad essere antipatico nonostante la parte richieda l'opposto. Ne riparleremo.

Ho letto il nuovo romanzo di Luigi Sorrenti che, dopo avermi sorpreso, con Immagina I Corvi, mi ha spiazzato con L'Accordo Del Diavolo.

Ho riascoltato dopo un moltissimi anni, i Mother Love Bone e i Dead Can Dance.

E ho speso un capitale in Goleador!

venerdì 25 novembre 2016

Il Tempo dell'Avventura Sta per Finire.


Adventure Time concluderà la sua avventura nel 2018. Così ha annunciato Cartoon Network, il canale televisivo che da nove anni trasmette la serie animata.
Finn e Jake stanno per portare a termine le loro avventure. E pensare che all'inizio nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla creatura di Pendleton Ward.
La storia di Adventure Time e del suo creatore sembra il copione di una classica commedia sul sogno americano: uno sfigato che parte da zero e riesce a raggiungere il successo.
Ward è il classico nerd che trascorre il tempo libero al college giocando a Dungeons & Dragons. Nel frattempo trova un impiego come disegnatore di storyboard e sceneggiatore per la serie Le Meravigliose Disavventure di Flapjack.
Siamo nel 2006, il plot originale di Adventure Time nasce su commissione di Random! Cartoons, un programma del canale satellitare per ragazzi Nickelodeon. Prima però finisce su Youtube, dove in breve tempo diventa un fenomeno virale. Nickelodeon trasmette l'episodio pilota ma nonostante il successo ottenuto in rete rifiuta di produrre la serie. E lo fa per ben due volte.
Intanto il corto su Youtube raggiunge i tre milioni di visualizzazioni.
Ward è deciso a far diventare la sua idea una serie e il suo sogno si avvera quando, grazie ad un amico conosciuto al college, riesce ad approdare alla Cartoon Network. L’inizio non è dei più facili, il lavoro di disegnatore e sceneggiatore è duro e le soddisfazioni non arrivano. Siamo nel 2010. Pendleton inizia ad avere seri problemi economici e sta pensando di cambiare casa perché non riesce più a permettersi quella in cui abita. Poi, del tutto inaspettato, arriva il successo.
Un successo così grande da eleggere Adventure Time, dopo sette stagioni, come una delle serie più seguite degli ultimi dieci anni. Conseguentemente alla popolarità della creatura di Ward, esce il fumetto, pubblicato in Italia dalla Panini Comics, che nel 2013 si aggiudica il prestigioso Eisner Award nella categoria ragazzi.
Ma non sono solo i ragazzi ad amare Finn e Jake. Adventure Time è seguita anche dagli adulti, grazie soprattutto a un umorismo ingegnoso e a tratti surreale, con una galleria di personaggi strambi e memorabili.
Dopo nove anni sempre ad altissimo livello, Adventure Time terminerà la sua corsa con la nona stagione che sarà trasmessa nel 2018.

Se ancora non lo conoscete vi consiglio caldamente di provare a seguire qualche episodio. La serie è trasmessa da tutte le piattaforme (Boing e Cartoon Network su Mediaset Premium e Sky) e vale davvero la pena.
Ma se siete curiosi e non avete voglia di aspettare ecco un breve excursus.

Siamo nelle Terre di Ooo, in un futuro non ben precisato: 996 anni dopo una guerra nucleare chiamata Guerra dei Funghi. Finn e Jake sono rispettivamente un umano e un cane che ha il potere di modificare il proprio corpo a piacimento, un po’ come Reed Richards dei Fantastici Quattro. Vivono insieme in una casa in un albero, giocando ai videogiochi e guardando film. Ma ogni giorno scatta puntuale “l’ora dell’avventura!” e così i due inseparabili amici si trovano ad affrontare vere e proprie missioni farcite di mostri di ogni foggia, terribili dungeons e le sfide più improbabili. Ma c’è anche un nemico, perché c’è sempre un acerrimo nemico, ed è il Re Ghiaccio, la cui cattiveria è seconda solamente alla sue tristezza e coglie ogni occasione per mettere i bastoni fra le ruote ai due eroi. Poi ci sono la Principessa Gommarosa, del Regno di Dolcelandia, che all’apparenza sembra essere una diciottenne ma che in realtà ha più di cento anni, e Marceline, una vampira appassionata di rock e che non si nutre di sangue ma esclusivamente del colore rosso.

La trama è molto semplice, addirittura banale. Ciò che non è banale in Adventure Time è la quantità di personaggi bislacchi e strampalati che incrociano le avventure di Finn e Jake. Sono così tanti e con caratteristiche talmente particolari che elencarli tutti sarebbe un lavoraccio. Ma non è solo questa la caratteristica che ha permessoo al cartone animato di piacere ai bambini e agli adulti. Come già detto in precedenza: è stato l’umorismo. Ci sono gags fulminati (e anche becere), surreali e nonsense ma anche battute molto intelligenti e non facili da comprendere. Per non parlare del numero di citazioni e di rimandi alla cultura popolare. Se questo non bastasse, alcuni riferimenti al mondo dell'occulto e qualche velata allusione sessuale rendono il piatto più pepato, come si addice alla più classica delle ricette pop.
Alcune curiosità vi faranno comprendere meglio che razza di genio sia Pendleton Ward. Ricordando però che la genialità a volte si nasconde nella semplicità.


Re Ghiaccio è la rappresentazione della depressione di cui soffriva Ward.
Finn, che all’inizio si chiamava Pen da Pendleton, incarna lo spirito cavalleresco alla ricerca costante della bontà
Jake infine non è solo un assistente o una spalla, ma è lo spirito-guida.

A differenza di tutte le serie animate, l’età di Finn avanza col progredire della serie. Nella prima serie aveva dodici anni; all’inizio della sesta è invece un sedicenne. Un escamotage che ha permesso al suo doppiatore (anch’egli adolescente), di continuare a doppiarlo. L’attenzione ai particolari che caratterizza Adventure Time viene dimostrata anche dal fatto che, nella versione originale, per sottolineare l’attraversamento della pubertà da parte di Finn, Jeremy Shada ha doppiato di proposito il personaggio usando una voce più profonda.

"Voglio solamente proporre ragazze che siano normali, così come è normale Finn.” Ha dichiarato Pendleton Ward. Quindi via tutti gli stereotipi sui personaggi femminili. In Adventure Time le ragazze sono tostissime e lontane dalle banali caricature proposte dai media.

Nella puntata 20 della quinta stagione, Il Gioco Del Silenzio, viene citato Shining di Stanley Kubrick. La faccia di Jake con un ascia in mano non lascia dubbi.



La serie è incappata più volte nella censura a causa di possibili allusioni sessuali. In Australia, nell'episodio In Aiuto Di Tutti, la frase "No, è osceno ed esasperante! Tutti questi uomini e i loro disgustosi, fantastici corpi!" è stata cambiata in un laconico "No!".

Nell'episodio La Serata Delle Coppiette, quando Finn chiede a Marceline di uscire con lui, lei risponde: "Niente coccole", mentre in inglese è "But no tongue"
Nella puntata  Avventure Immaginarie, nella versione originale Jake dice:"Oh man! I imagined my mum naked!" mentre in italiano, il povero cane è costretto a dire:"Oh sciabolette! Ho immaginato il Re Ghiaccio nudo!".

In ogni episodio c’è una piccola lumaca che saluta.

L’episodio Viaggio Nella Memoria è stato parzialmente ispirato da Se Mi Lasci, Ti Cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind).

La maggior parte delle gag o battute bocciate dal network riguarda le scoregge.

BMO è un piccola console per videogiochi compagna di avventure di Finn e Jake. Non è maschio, e non è femmina ma alterna regolarmente entrambi i sessi.

Una scena dell'episodio Escape From The Citadel cita il film giapponese d'animazione Akira. Il braccio di Finn prende una forma somigliante a quello deformato di Tetsuo in una delle scene finali del famoso anime.

Nell'episodio Ghost Fly, viene citato il film L'Esorcista. La scena ricorda molto l'arrivo di padre Merrin per effettuare l'esorcismo.


L'episodio Controscherzetto è ispirato al romanzo più famoso di Agatha Christie, Dieci Piccoli Indiani. Inoltre nella title card dell'episodio, ogni personaggio ha in mano una delle armi del delitto utilizzabili nel famoso gioco da tavolo Cluedo.

Nell'armeria che vediamo nella puntata Joshua and Margaret Investigations spunta fuori una pokéball, famoso oggetto in grado di catturare i Pokemon nel videogioco omonimo.

Nell'episodio Te Suitor troviamo un riferimento a Boba Fett di Star Wars. In una libreria c'è il suo casco.

Nell'episodio La Casa Degli Uccelli, nella stanza del Re Ghiaccio c'è una console che ricorda molto il Sega Mega Drive.
Nella puntata Il Gioco Del Silenzio invece è presente il leggendario NES della Nintendo. Nella puntata Il Segreto Del BMotore invece vediamo un Game Boy Advance.

Marceline possiede un basso a forma d'ascia come quello Gene Simmons, il bassista dei Kiss.


Nell'episodio I Guardiani Del Sole, Finn si ritrova alcuni messaggi scritti in codice binario sulla gamba. I tre con un significato sono: Finn's leg, Hello World! (Ciao, mondo!, frase passata alla storia come primo esempio delle capacità del linguaggio C. ) e Ke Jiang Art (la firma dell'animatore 3D della puntata).

In Gommorosa E Regina Ghiaccio, Fionna indossa un vestito bianco per la festa di Gommorosa, il vestito è ispirato all'anime Sailor Moon. Mentre ne Il Megarospo la trasformazione del rospo in principe ricalca la trasformazione vista nell'anime.

Nella decima puntata della prima stagione, In Aiuto Di Tutti, Finn ha una reazione molto simile a Marty McFly di Ritorno al Futuro quando viene chiamato fifone. Inoltre il capo dei predoni che provoca Finn è doppiato da Thomas F. Wilson l'attore che interpretava Biff Tannen nella famosa trilogia.

In un recente episodio, I Simpson hanno reso omaggio a Finn e Jake con una sigla in perfetto stile Adventure Time.

Nella puntata La Regola dell'Albero, la frase detta dall'uomo magico è un chiaro riferimento all'esoterista Aleister Crowley. La frase detta dal personaggio è: "Do What Thou Swill Be The Whole Piece Of Law" che rimanda al crowleiano "Fai ciò che vuoi, sarà tutta la legge".


Questa è solo una piccolissima parte dei riferimenti e delle curiosità presenti in Adventure Time. Uno scrigno colmo di piccoli e grandi gioielli, adatto a tutte le età. Dal nerd incallito che potrà appagare la sua sete di trivia, spulciando maniacalmente ogni singolo episodio alla ricerca del minimo nesso con il mondo che ama, a chi semplicemente vuole godere di qualche minuto di svago, sano e intelligente.
Agli amanti dei fumetti, consiglio la serie mensile. Non solo le storie mantengono il livello del cartone animato ma si arricchiscono di tavole stupende e le copertine raggiungono livelli artisticamente molto elevati. Una gioia anche per gli occhi.



Fonti:
Il Web, Wired, Fumettologica, Adventure Time Italia.

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martedì 22 novembre 2016

Onorate il Vile!

Quando scrivemmo la canzone che dette il titolo anche al disco, il comportamento della viltà era ascrivibile all'io narrante e alla sua incapacità di assumersi determinate responsabilità. L'urlo "Onorate il vile" era il gesto estremo e disperato del vile stesso, in cerca di assoluzione. Con pari enfasi, glaciale e ironica, l'urlo che usiamo ora per dare il titolo al tour è il gesto patetico dei vili di oggi, che in epoca di schermi luminescenti dietro i quali ringhiare come leoni non visti, non hanno il coraggio di dire vis a vis ciò che realmente si pensa di chi (non) si affronta.
Cristiano Godano dixit.

Come non volergli bene, in questi tempi bui, in cui micetti travestiti da leoni emergono dalle sottane materne ringhiando e sbavando sulle loro tastiere?
Sono trascorsi vent'anni dal secondo album dei Marlene Kuntz.
Il Vile esce nel 1996, due anni dopo il bellissimo esordio Catartica e pur essendo un disco diverso, mantiene inalterate le qualità estetiche. Più cupo, più arrabbiato e violento rispetto al suo predecessore ma non meno significativo. In due anni i Marlene Kuntz danno un forte scossone alla musica italiana tutta. Si era sentito qualcosa di simile, prima? Forse sì, ma era roba per pochi intimi. I Marlene con due colpi ben assestati riescono a portare il cosiddetto alternative rock e il noise alle masse. E scusate se e poco. Il resto poi, il successo, l'ammorbidimento delle sonorità, il mainstream, fanno parte di una storia che a questo post non interessa.
Qui si parla solo del Vile e della sua nera rabbia.
Li ho sempre amati. Li seguivo, ancora vergini discograficamente, quando si esibivano in piccoli festival (parola grossa) davanti a una manciata di affezionati. Capitava che gli organizzatori interrompessero bruscamente la loro esibizione perché l'ora era tarda e i residenti non tolleravano. E allora Cristiano Godano concludeva l'esibizione di Marlene sbavando letteralmente la sua rabbia sul microfono, distorcendo ancor di più una Festa Mesta mai così appropriata.
L'ultimo concerto che vidi fu proprio quello del tour de Il Vile.
Al purtroppo defunto Macabre, un piccolo club della mia città entrato nella storia della musica underground, assistetti a un'esibizione devastante. Uno dei concerti più belli a cui abbia mai partecipato.
Al primo pezzo, prima di perderci nella bolgia, il mio compare d'avventura urlò: non usciamo vivi da qui. Poi lo vidi sparire, inghiottito dai flutti di un pogo belluino.
Naturalmente siamo sopravvissuti e abbiamo anche portato a casa un discreto bottino fatto di sudore, contusioni, lividi e una maglietta, a cui tenevo particolarmente, strappata e ormai da buttare.
Una serata memorabile!
Come indimenticabili sono le undici canzoni che compongono il secondo capitolo della discografia dei Marlene, con Ape Regina e Come Stavamo Ieri a rappresentare una vetta forse mai raggiunta una seconda volta, ma comunque conquistata.
Per chi c'era e non ha dimenticato e per quelli che c'erano ma la memoria non è più quella di un tempo: andate a riprenderlo e levategli la polvere di dosso.
Per quelli che non c'erano perché forse non erano ancora nati: recuperate un baluardo della musica italiana.
E onorate il Vile!

domenica 20 novembre 2016

Ansia da Prestazione.

Con pochissimo tempo libero, a volte succede che avere qualche ora a disposizione provochi un inquietante stato d’ansia. Sì, perché subito gioisci pensando che per un paio d’ore puoi spegnere il telefono e barricarti nello studio, godendo della consapevolezza che finalmente nessuno ti romperà le palle. Poi inizi a guardare la pila di libri che hai ancora da leggere. E lì da così tanto tempo che, intorno ad essa, si è creata una comunità d'insetti delle specie più disparate. Dagli acari alle coccinelle, con gran gioia dei grassi aracnidi che hanno eletto quel luogo a loro personale Shangri-La. Se per caso un entomologo capitasse da quelle parti sarebbe colto dalla sindrome di Stendhal.
Come se ciò non bastasse la torre di libri è in combutta con quella dei fumetti. Si spalleggiano dandosi corda l’un l’altra: dai, facciamo a chi gli fa più paura?
Poi pensi al Kindle posseduto da miliardi di byte pronti a straripare nella tua realtà, come nel film Pixels e all’ansia si aggiunge altra ansia.
Cerchi di non pensarci e decidi di ascoltare un po’ di musica, ma la scena si ripete con cd e vinili comprati mesi addietro e ancora da scartare.
Oddio quale ascolto prima? Posso ascoltarli simultaneamente tutti quanti?
Ripieghi sui film, ma devi ancora guardare delle vhs registrate nel 1985. E non cerchi nemmeno di pensare ai serial, altrimenti cadi in preda alle convulsioni sapendo che devi ancora finire l’ultima stagione di E.R., che hai perso il finale di Lost e che l’ultima serie che sei riuscito a vedere fino alla fine è stata X Files.
Giri per la stanza come un ebete, rimbalzando tra libri, dischi, dvd, fumetti, tablet, kindle, chiavette usb e l’ansia dallo stomaco sale alla gola. Guardi l’ora e ti accorgi d’averne già persa mezza. Inizi a sudare perché il patema ti stringe la giugulare. Il sangue sembra non arrivare al cervello e ti senti in trappola.
Hai paura del tuo tempo libero.
Minchia! Meglio uscire e fare due passi.

venerdì 18 novembre 2016

Paul Dowswell: Il Ragazzo di Berlino.

Germania, 1972. Alex Ostermann vive con la sua famiglia a Berlino Est. I genitori hanno credenziali irreprensibili per il regime, ma lui e sua sorella Geli non sposano interamente la propaganda sovietica e si “ostinano” a vedere del buono nella cultura occidentale. Alex è affascinato dalla musica rock, ascolta di nascosto i Rolling Stones e i Led Zeppelin e ha perfino formato una piccola band con i suoi amici. Geli, sempre vestita di nero e con le sue fotografie di edifici in rovina, mostra inclinazioni “decadenti”. A casa, i genitori fingono di disapprovare le passioni dei figli, mentre l’unica a parlare in modo critico del regime è la nonna. Alla fine, l’eccessivo “individualismo” dei ragazzi, pericoloso per la “causa socialista”, attira l’attenzione della Stasi, che comincia a tenerli d’occhio. Quando le pressioni diventano insopportabili, la famiglia Ostermann riesce a fuggire dalla Ddr, ma a un prezzo che Alex e Geli non sono disposti a pagare.

Nel 1991, a pochi mesi di distanza dalla caduta del muro, andai a Berlino in gita scolastica. Alloggiavamo nella zona est, a pochi passi da Alexanderplatz, perché era più economico rispetto all'ormai ex controparte occidentale. Ricordo ancora nitidamente le tre cose che mi colpirono durante le prime ore di quel soggiorno.

Uno. La differenza del paesaggio tra la Berlino est e ovest. Da un lato una città che consideravamo normale perché così eravamo abituati a vederle: palazzi di diverse dimensioni e fogge, stupendi oppure orribili. Insegne luminose che ti accompagnavano quasi ovunque, gente a spasso, in auto, in bicicletta, il traffico e il rumore. Dall'altra parte un paesaggio che si stendeva a perdita d'occhio composto da enormi palazzi tutti uguali, principalmente tendenti al grigio con qualche variante sul marrone. Pochissimi negozi, nessuna insegna e strade pressoché deserte. La prima sera girovagammo per oltre un'ora prima di trovare un bar fatiscente dove poter consumare una birra sgasata.

Due. Il gran numero di Trabant distrutto o bruciato e lasciate agonizzare lungo le strade. Come se la gente avesse scagliato le proprie frustrazioni contro il simbolo industriale della Germania Democratica, quella scatoletta che era l'unica auto a disposizione del popolo.

Tre. Il muro. All'epoca ancora si snodava, prima di essere in gran parte demolito, come un serpente che divideva e deturpava una città stupenda. Una sensazione stranissima e non piacevole. Sembrava di trovarsi in una prigione a cielo aperto. Nonostante fossimo molto giovani e superficiali quanto richiesto dall'età, vedere il muro, toccarlo e percorrere chilometri con la sua ingombrante presenza non ci lasciò indifferenti. Anche mentre sto scrivendo queste parole a distanza di venticinque anni, quella strana sensazione è ben presente e per questo motivo quando sento i deliri di chi auspica nuove barriere, il mio malessere aumenta.

Leggere il Ragazzo di Berlino ha fatto riaffiorare i ricordi di quella settimana trascorsa letteralmente in due mondi completamente diversi e distanti tra loro pochi metri. Doswell è stato bravo, grazie anche alle testimonianze raccolte per la stesura del romanzo, a ricreare il clima di continua tensione che si respirava in quegli anni. Anni in cui la guerra fredda stava per raggiungere il suo apice e Berlino si trovava proprio nel mezzo.
Un romanzo in cui i sogni e le speranze degli adolescenti devono fare i conti con un indottrinamento forzato e con un futuro che purtroppo per loro è già stato scritto da altri. E nonostante una vita vissuta sotto il controllo constante dalla polizia segreta, in cui anche una parola sbagliata poteva costare il carcere, dalle parole dei protagonisti traspare il dispiacere di essere costretti ad abbandonare quella che comunque è la propria casa per rifugiarsi in un mondo che sebbene sia migliore di quello lasciato alle spalle, potrebbe essere decisamente meglio.

Curiosa la decisione della casa editrice d'inserire il romanzo in una collana destinata ai ragazzi. Lo stile, scorrevole ma abbastanza ricercato e i temi affrontati non sono di facile fruizione per i giovanissimi senza un'adeguata preparazione storica che li aiuterebbe a capire meglio il contesto politico e sociale in cui si muovono i personaggi. Una lettura consigliatissima invece per gli adulti. Una storia non originale, già trattata in numerosi romanzi e film, ma narrata con delicatezza e sensibilità. Mi è piaciuto particolarmente il fatto che l'autore non si sia perso nei soliti luoghi comuni o negli strascichi, purtroppo ancora latenti, di certa propaganda da guerra fredda. Il Ragazzo di Berlino non è una mera contrapposizione tra buoni e cattivi, l'occidente non viene descritto come un Eden e tantomeno la DDR è dipinta come un girone infernale.
E' solo il mondo dell'epoca, fotografato dallo sguardo di un ragazzo a cui piacerebbe poter ascoltare i Led Zeppelin in santa pace e senza dover per questo rischiare la galera.

mercoledì 16 novembre 2016

Luigi Sorrenti: Immagina i Corvi.

«Immagina.Immagina tutto ciò.È quanto ti è accaduto un pomeriggio d’estate di parecchi anni fa. L’estate che segnò la tua vita, la vita di un intero paese.L’estate del 1986. L’estate della grande siccità. L’estate che per tutto il mondo fu quella di Maradona. Per gli abitanti di Spinòsa, fu l’estate dei corvi.»Spinòsa è un piccolo paese arroccato sulla Murgia pugliese, circondato dal nulla, fuori dal tempo, con pochi contatti col mondo esterno. Qui, nel giugno del 1986, si abbatte una serie di eventi in apparenza scollegati: un'ondata di terribile siccità che mette in ginocchio il paese, un'inspiegabile invasione di corvi, l'improvviso collasso di un bambino che pare vittima di possessione diabolica e infine un orribile omicidio che sprofonda gli abitanti in un clima di terrore e sospetto, ma soprattutto riporta alla luce le vicende di un passato che molti avrebbero preferito rimanesse sepolto…Mentre gli investigatori si dibattono in un vicolo cieco, gli abitanti di Spinòsa scoprono con orrore che proprio nel cuore della comunità si annidano i germi di un male che si credeva estirpato da tempo e che invece ha attraversato le generazioni per tornare a colpire ancora.

L'inaspettato è sinonimo di sorpresa.
Immagina i Corvi è un romanzo inaspettato. 
Non ricordo come sia capitato nel mio Kindle. Forse la segnalazione di un appassionato in qualche gruppo dedicato alla lettura, oppure una di quelle promozioni che le case editrici periodicamente propongono per far conoscere i propri autori. In questo caso la cosa ha funzionato bene e Luigi Sorrenti è entrato nella mia lista di scrittori da tenere d'occhio.
Caso nel caso, durante le lettura, bazzicando in uno di quei gruppi su Facebook in cui vengono segnalati ebook gratuiti, è di nuovo spuntato il nome dell'autore pugliese con il suo ultimo lavoro: L'Accordo Del Diavolo, che ho prontamente scaricato.
Coincidenze? Io non credo.
D'altronde, nel post dedicato a Il Settimino di Fabrizio Borgio non avevamo parlato di eventi sincronici e anche un po' inquietanti? Il fatto che queste piccole coincidenze, chiamiamole così, continuino, m'incute un leggero timore.
Torniamo al romanzo. Una sorpresa, quindi. Una grande sorpresa
Lo farei leggere ai puristi dell'esterofilia. Quelli che pensano che gli autori italiani non siano capaci a scrivere o a concepire trame intelligenti. Quelli a cui vengono i brividi quando al posto di Boston leggono Spinòsa e s'indignano se l'ispettore si chiama Taviano e non McFarlane. Sarebbe giunto il tempo di mettere da parte questa sudditanza psicologica nei confronti degli autori stranieri.
Le schifezze e i capolavori non hanno confini.
Immagina i Corvi è un romanzo ambizioso che non fallisce gli obiettivi che si prefigge. Non è perfetto (esiste il romanzo perfetto?) ma è comunque una lettura di alto livello. Non è facilmente catalogabile: un giallo con atmosfere soprannaturali che lo accomuna al filone del gotico rurale, anche se contiene tutti gli elementi del thriller. Senza dimenticare che il perno del racconto è il classico enigma della stanza chiusa. Per questo motivo l'ho definito un romanzo ambizioso. Perché per cimentarsi con una trama utilizzata da classici come I Delitti della Rue Morgue (Poe), Dieci Piccoli Indiani (Christie), Il Mistero della Camera Gialla (Leroux) e Le Tre Bare (Dickson Carr) e chiudere la partita, oltre ad avere una buona dose d'incoscienza e coraggio, bisogna avere le capacità tecniche e una minima originalità per non cadere nel cliché e nel già letto e riletto. Sorrenti possiede tutte queste qualità e porta a casa gioco, partita e incontro.
Ambientato nella metà degli anni ottanta, durante il mondiale di calcio svoltosi in Messico, Immagina i Corvi vede come protagonista il piccolo paese di Spinòsa, sperduto nella calda estate pugliese insieme all'eterogeneo crogiolo di umanità che si barcamenano nel cercare di accettare vite che non sono andate come avrebbero dovuto o voluto, oppure che lottano per mantenere uno status sociale duramente conquistato. Complici il caldo, la siccità, e la tensione generata da un delitto che ha fatto riemergere ricordi sepolti e vecchie ferite, si apre un vaso di pandora che sconvolge l'intero paese e lo getta nuovamente in un incubo che si credeva ormai lontano. Le nuove tensioni, sommate a conflitti mai risolti, mettono a nudo la parte peggiore di un'umanità repressa e ipocrita frutto di una mentalità gretta e retrograda che dovrà fare i conti non solo con la verità ma soprattutto con se stessa.
Sorrenti è molto bravo a dipingere le varie personalità, a farne trapelare le caratteristiche lentamente tramite piccoli indizi, a volte fuorviando il lettore per far apparire le cose come non sembrano e mescolare le carte per rendere il gioco più avvincente. Come si addice a un romanzo del genere, il ritmo non è veloce ma la lettura non ne risente e il coinvolgimento del lettore è costante e senza cadute di tono.
Serve altro?

lunedì 14 novembre 2016

Mitsuru Adachi: Rough.

È da poco iniziato il nuovo anno scolastico nella scuola superiore Eisen, quando Keisuke Yamato, studente fresco d’iscrizione nonché talentuoso nuotatore, si imbatte in Ami Ninomiya, abile tuffatrice, che di punto in bianco lo accusa d’essere... un assassino! Eppure lui giura di non averla mai vista prima...
Cosa l’avrà spinta ad aggredirlo in quel modo?! Attanagliato dal dubbio, il ragazzo scoprirà ben presto che alla base dello strano comportamento della compagna c’è una lunga storia di odio covato nei confronti della famiglia Yamato...



Non è la prima volta che Rough viene pubblicato in Italia. All’epoca della sua prima uscita venne accolto dal pubblico italico in maniera abbastanza freddina. Oltre all’accoglienza indegna, si misero in mezzo anche le vendite che non furono propriamente un successo e indussero la Star Comics a interrompere la pubblicazione. Però i pochi fan acquisiti in quel breve lasso di tempo si fecero sentire e convinsero la casa editrice perugina a continuare la pubblicazione, anche se in una testata differente.
A distanza di parecchi anni, complice il successo ottenuto nel frattempo da Mitsuru Adachi con opere come Touch e H2 che fondono commedia romantica e sport, anche Rough può finalmente vantare un’edizione tutta per sé in sei corposi volumi.
Pur non essendo il mio genere, si tratta di una commedia romantica adolescenziale con inserti comici e surreali in classico stile nipponico, Rough mi è piaciuto.
Molto.

La prima impressione che ho avuto, al termine della lettura, è che il lavoro di Adachi è l’esempio lampante di come una serie di ingredienti, all’apparenza insipidi, se miscelati e cucinati in modo sapiente riescano a produrre un piatto prelibato.
Sì, perché estrapolata dal contesto, la storia narrata da Rough è una come tante. Anche se il canovaccio da cui si dipana è il Romeo e Giulietta di Shakespeare, però con toni decisamente più leggeri e senza alcuna ombra di tragedia, non si tratta di una trama particolarmente originale. Molto probabilmente, se narrata da un autore mediocre, scivolerebbe nell’oblio in poco tempo.
Mitsuru Adachi invece riesce a inserire sprazzi di originalità e surrealismo e li sparpaglia nella trama nelle giuste dosi, rendendo il racconto interessante, senza cadute di tono e arrivando perfino a produrre un climax finale di tutto rispetto. Già, proprio il finale è la sua punta di diamante. Un epilogo per nulla scontato che forse potrebbe lasciare l’amaro in bocca agli amanti delle storie canoniche ma che, invece, ho trovato perfetto.

I disegni sono notevoli e colmi di dettagli, specialmente i paesaggi e le abitazioni. Un tratto preciso e arioso che rende Rough una delizia visiva.
Qui apro una parentesi del tutto personale. Come già capitato per altri Manga, trovo che il formato di queste edizioni (13x18) penalizzi tavole che meriterebbero ben altri trattamenti. La versione di Domu, Sogni di Bambini di Otomo nei Classici del Fumetto di Repubblica ad esempio, è spettacolare nel suo 18x26 cm.
Chiusa parentesi.

Come dicevo in precedenza, sulla falsariga della maggior parte di Manga di questo genere, anche qui sono presenti siparietti comici o surreali e qualche momento di metafumetto. Ma essendo centellinati, non spezzano il ritmo e non risultano fastidiosi o fuori luogo.
Rough è una storia romantica a sfondo sportivo, quasi d’altri tempi. E’ delicata e narrata con pudore, come se l’autore non volesse disturbare i protagonisti, limitandosi ad osservarli discretamente da lontano.
Leggere l'opera di Mitsuru Adachi è come uscire da un locale affollato e rumoroso e trovarsi immersi nella pace e nel silenzio.
E' rigenerante.

Per chi volesse sapere come curiosamente incontrai questo Manga, può leggere questo post.

martedì 8 novembre 2016

Fabrizio Borgio: Il Settimino.

Succede che due blogger, distanti centinaia di chilometri, inizino la lettura dello stesso libro, lo stesso giorno e quasi alla stessa ora. Nessun accordo, nessun patto. Due eventi che avvengono in contemporanea e connessi tra loro. Se non fossero casuali si potrebbe parlare di sincronicità, e se il romanzo non parlasse di fenomeni paranormali, invocheremmo il caso. Così fosse, Glò e il sottoscritto avrebbero volentieri evitato il profondo brivido di ghiaccio che li ha colti (contemporaneamente?) quando hanno scoperto d'essere stati coinvolti in questa strana coincidenza.
Per questo motivo e per completare il cerchio sincronico, abbiamo pensato di pubblicare in contemporanea le impressioni derivate dalla lettura de Il Settimino di Fabrizio Borgio.
A questo link potete leggere il post di Glò de La Nostra Libreria.

Nel folklore piemontese, un bambino nato prematuro al settimo mese viene chiamato setmìn, il Settimino. Secondo tradizione, è dotato di oscuri e terribili poteri sovrannaturali. Davide Bo è un Settimino; e questa è la sua storia.
I misteri di Stato. Le stragi. Gli anni di piombo. La strategia della tensione. I terroristi. La massoneria. I servizi deviati. E' l'Italia; e questa è la sua storia.
E quando la storia del più potente ESP al mondo si sovrappone alla storia di una nazione dalle mezze verità, dove dominano mafie, logge, rigurgiti totalitaristi e poteri occulti di ogni genere, il risultato finale non può che essere catastrofico.
Ecco la nuova avventura di Stefano Drago, agente speciale del Dipartimento Indagini Paranormali; Fabrizio Borgio, raffinato giallista, per la prima volta nella narrativa di genere italiana mescola l'elemento supernatural con una trama poliziesca ad altissima tensione che, come il filo di una ragnatela, si ricongiunge con altre mille Trame segrete...
... quelle del nostro Paese.


Prima di iniziare a scrivere questo post ho dovuto attendere che le prime impressioni, al termine della lettura decantassero. Per buttare giù queste righe, in modo da evitare che la fretta obnubilasse i pensieri, ho lasciato che il tempo facesse chiarezza. D'altronde, come il buon vino che dev'essere lasciato riposare per qualche tempo in modo che liberi i profumi, il gusto si sedimenti e si distribuisca in maniera omogenea, anche per le recensioni occorre avere pazienza. Le impressioni a caldo a volte sono fuorvianti, specialmente per opere non banali come quelle che Fabrizio propone. Se poi entrano in gioco altri fattori come il campanilismo (abitiamo quasi a un tiro di schioppo), l'amicizia o anche solo il fatto che sia uno dei tuoi autori preferiti, essere oggettivi e neutrali diventa un’ardua impresa.
Ho letto il suo romanzo Masche tre volte. Non è la sua opera migliore, ma da profondo conoscitore dei segreti e dei misteri che si celano tra le nebbie che si stendono ai piedi del Re di Pietra e grazie all’indubbia abilità nel maneggiare la nostra lingua, Borgio in quel contesto è riuscito a creare un gotico rurale che personalmente annovero tra i fondamentali del genere. Più di una volta durante la lettura ho provato le stesse inquietanti sensazioni che ho provato alla visione di opere come La Casa Dalle Finestre Che Ridono o durante le mie prime letture dei grandi classici del gotico.
Dopo aver terminato l’ultima fatica dello scrittore astigiano, sono stato colto da sentimenti contrastanti. Ho dovuto perfino rileggerlo, per capire se queste sensazioni fossero dettate esclusivamente da una sindrome da appagamento (quando una cosa ti piace non ne hai mai abbastanza) oppure semplicemente da aspettative vanificate. Poi, come le nebbie nostrane che calano improvvisamente per poi dissolversi in modo graduale, tutto si è chiarito. O almeno è quello che mi è parso. Forse chi leggerà queste righe, alla fine penserà che l'unica cosa a essere immersa nella nebbia sono i miei pensieri.
Per chi non ama i fronzoli e i voli pindarici ma la schiettezza, consiglio caldamente di leggere senza indugio Il Settimino. In versione cartacea, se sniffate carta o in versione digitale se amate l'odore dei pixels al mattino. Non importa in quale formato: andate e comprate. Per quale motivo? Per la storia, come sempre lontana dal banale, con intrecci narrativi mai scontati o gratuiti e con diversi piani di lettura.
E per la scrittura.
Ho sempre pensato che Borgio sia tecnicamente molto dotato, che conosca altrettanto bene la nostra vituperata grammatica e sappia giocare con le parole a un livello molto alto. Il Settimino non solo conferma la mia impressione ma, complice un editing molto curato, alza ulteriormente l’asticella. Un lavoro in progressione che, a mio avviso, riserverà non poche sorprese in futuro.
Quindi se amate la lettura tout court, non vi fossilizzate nei preconcetti sulla letteratura di genere e siete disponibili a esplorare nuovi territori (anche in questo sono insiti il piacere e la bellezza della lettura) Il Settimino vi sta aspettando. Per gli altri, i conoscitori del genere e dell'autore, una conferma di cui non avevamo bisogno perché ormai lo scrittore astigiano è una solida realtà.
In conclusione, permettetemi alcune considerazioni del tutto personali. Dicevo che al termine della lettura ero dibattuto tra sentimenti contrastanti. Da un lato il piacere di aver letto un ottimo romanzo ben scritto, con un'ambientazione a me cara e con temi che da sempre trovo affascinanti come il sovrannaturale, i complotti e il lato nascosto della storia italiana. Dall'altro lato una leggera insoddisfazione per una lettura che si è rivelata un po’ troppo veloce a discapito di tematiche, cospirazioni, servizi segreti deviati e teoria degli archetipi di Jung che forse avrebbero meritato un maggiore approfondimento. Stesso discorso per la figura di Stefano Drago, il protagonista, che mi è sembrato sotto tono, quasi messo in disparte a differenza di quello presente nel migliore (per me) romanzo di Borgio, La Morte Mormora, in cui un Drago molto più riflessivo, disincantato un po' cinico illustrava magistralmente il mondo in cui si muoveva ma di cui condivideva poco o nulla.
Forse in questo momento a parlare è il tifoso che è in me e che non è mai sazio delle avventure dei suoi eroi. E se il sottoscritto, che può essere etichettato nelle maniere più variopinte ma assolutamente non come un fanatico, riesce a scrivere queste cose, significa che Fabrizio Borgio è così bravo da far diventare fan del Dip anche gli animi più scettici.
Un tizio non qualunque, un tempo disse: non è la storia ma chi la racconta.
Nelle opere dello scrittore astigiano li abbiamo entrambi. Sempre.

Un ringraziamento speciale a Glò, la dimostrazione di come il web possa ancora essere una preziosa fonte di scoperta, conoscenza, confronto e dialettica.

venerdì 30 settembre 2016

Volevo Fare Lo Scrittore #1

E' giunto il tempo di fare un coming out. Anch'io come molti, sono stato colto dalla velleità di diventare uno scrittore professionista. Molti di noi ci sono passati. Qualcuno ce l'ha fatta, qualcuno sta ancora cercando di diventarlo e qualcun altro, consapevole dei propri limiti o del fatto che sia un territorio un po' inflazionato e che se anche ce la fai non è detto che ci puoi campare, ha deciso di alzare bandiera bianca e accontentarsi del dilettantismo. E quando parlo di dilettantismo lo faccio con l'accezione migliore del termine. Essere dei dilettanti non significa scrivere male.
C'è stato un periodo in cui scrivevo racconti che puntualmente mandavo a case editrici che altrettanto puntualmente ignoravano. Poi sono passato ai concorsi che qualche soddisfazione me l'hanno regalata: un paio di pubblicazioni cartacee e qualche racconto finalista. Non ero più un ragazzino e quindi non è che mi aspettassi chissà che cosa, perciò la discesa dalla nuvoletta del voglio fare lo scrittore non è stata particolarmente traumatica. Poi per pura curiosità, perché scrivere mi piace, mi sono buttato nel magico mondo del giornalismo e per un paio d'anni ho fatto il cronista per un settimanale locale. Un'esperienza a suo modo illuminante, di cui un giorno forse vi parlerò.
In questi giorni, facendo pulizia sul pc, ho riesumato la cartella con tutti i miei racconti. Dopo averne letti un paio, sono giunto alle seguenti considerazioni:
1) Avrei avuto bisogno di un buon editor.
2) Tutto sommato non è che io scriva malaccio, ma la buona scrittura è un'altra cosa.
3) Anche se imperfetti, a volte ingenui o poco riusciti, mi sono costati tempo e neuroni. Perché lasciarli ammuffire in un hard disc?
Quindi ho deciso, con vostro sommo gaudio, di farvi sorbire le mie creature. Non tutte, per carità! Alcuni racconti soprattutto i primi, sono molto imbarazzanti, perciò pubblicherò a rate solo i migliori del lotto. O i meno peggio, fate voi. Così, giusto per farci quattro risate insieme.

Il primo che pubblico è un racconto che scrissi per partecipare a un concorso su John Lennon. Se non ricordo male fu indetto dalla Infinito Edizioni. Mi divertii molto a scriverlo e alla fine non si piazzò nemmeno troppo male. Al di là del risultato, questo racconto è stato comunque importante perché è quello che mi ha dato l'idea di scrivere di musica in maniera diversa. Un'idea che ha regalato belle emozioni nella collaborazione con blog e riviste online, di cui vi parlerò nei prossimi post.
Leggete, siate sinceri e spietati. Perché qui apprezziamo l'onestà intellettuale. 

Come la luna, le stelle e il sole.

C’era un tempo in cui Luca era un grande appassionato di musica. Ora quel tempo era finito. Era stato sepolto dalle troppe ferite che la vita gli aveva inferto. Le canzoni, le sue canzoni, facevano sanguinare queste ferite impedendo loro di rimarginarsi definitivamente. Ogni disco che ascoltava, faceva riaffiorare ricordi che pensava ormai sepolti. Ricordi anche belli, ma ormai coperti dalla patina di polvere che il tempo lascia, incurante nel suo incedere. Anche i ricordi piacevoli gli appesantivano il cuore perché era consapevole che quei momenti facevano ormai parte di una vita che non sarebbe mai tornata. Mai più.

I peggiori erano quelli che riemergevano quando la canzone era parte di quell’amore ormai lontano. E anche se quell’amore si era spento poco alla volta, conscio della sua agonia, il suo ricordo era una lama che si conficcava nel cuore straziandolo nuovamente. L’amore quando finisce, in qualsiasi modo lo faccia, non finisce mai bene anche se c’illudiamo del contrario. La sua fine, pur se consapevole, è sempre dolorosa. Il suo grande amore si era spento da anni cambiando per sempre il suo cuore e la sua vita. Aveva smesso di sognare ad occhi aperti, aveva smesso di sperare che la vita non potesse essere così vuota e che ognuno avesse diritto a più di un’opportunità. Non ci credeva più. Aveva avuto la sua occasione e l’aveva sprecata. Non rimaneva che una fila interminabile di giornate tutte uguali. Troppo uguali. Il vuoto che abitava il suo cuore diventava ogni giorno più opprimente. Aveva anche pensato, più di una volta, di farla finita, di chiudere la porta alla vita chiedendo scusa per il disturbo, ma non aveva mai avuto il coraggio, anche se in certe notti c’era andato terribilmente vicino.

Non rimaneva altro che aspettare. Aspettare che un giorno tutto finisse. Luca aveva cambiato casa e lavoro, perché le cose che da anni condivideva con Lei, ormai non facevano più parte della sua vita. La musica era una passione comune, bella e importante. Lei, quando se n’era andata, gli aveva lasciato tutti i suoi dischi perché non sarebbe più riuscita ad ascoltarli. Aveva ragione. Poco tempo dopo Luca vendette la sua sterminata collezione e, da allora, la sua passione per la musica si era spenta e non ne sentiva la mancanza. Ascoltava pochissima radio e quando le prime note di musica che il suo cuore conosceva fin troppo bene iniziavano a bloccargli la bocca dello stomaco, la spegneva. Il suo quotidiano, lento e monotono, non aveva più colonna sonora. Così era stato, fino a quel lunedì mattina. Si era alzato e, come tutti i giorni, come un automa si era lavato, aveva fatto colazione ascoltando il radio giornale ed era uscito per recarsi in ufficio.
Stava scendendo le scale, quando si ricordò di aver lasciato la radio accesa. Imprecando contro se stesso per la stupidità di una dimenticanza che gli avrebbe forse fatto perdere il momento giusto per evitare il traffico dei pendolari, tornò sui suoi passi salendo gli scalini due a due. Quando aprì la porta si accorse che la voce di John Lennon aveva invaso l’appartamento. Luca si bloccò sulla soglia, con la porta aperta, permettendo alla voce di John di correre lungo le scale. Prima che qualche vicino uscisse da casa a dirgliene quattro, chiuse la porta dietro di sé e le scale tornarono silenziose. Non furono le parole di Instant Karma a sconvolgere l’omogeneo rituale di una mattina uguale a tutte le mattine. Fu quella voce a farlo, a riportare in vita un incontro che la sua mente aveva messo da parte, buttandolo alla rinfusa in mezzo chissà quanti altri incontri importanti o meno. John lo aveva scovato, lo aveva pulito dalla polvere e lo stava porgendo a Luca in tutta la sua fulgida chiarezza, anche dopo tanti anni.

Era riuscito a salire sul treno un attimo prima che partisse. Rosso in viso e con il fiatone, stava cercando un posto libero, senza successo. Lo zaino era pesante e gli indolenziva la schiena, Le All Star viola che penzolavano, sbattevano su ogni sedile che incontravano provocando cenni di dissenso e qualche protesta da parte dei passeggeri più seccati.
Aveva perso la speranza di viaggiare seduto comodamente quando nell’ultimo vagone vide un paio di posti liberi. Emise un sospiro sollevato e si diresse verso il sedile più vicino. Si tolse goffamente lo zaino urtando un uomo intento a leggere chissà quale libro e che lo apostrofò in malo modo. Luca si profuse nell’ennesima richiesta di scuse. Non aveva voglia di trascorrere due ore in compagnia di uno sconosciuto a cui aveva appena rischiato di sbattere in testa una scarpa, così si allontanò verso l’ultimo posto libero disponibile che oltretutto era anche vicino al finestrino. Se la compagnia non fosse stata piacevole, avrebbe almeno potuto guardare il panorama.
--E’ libero quel posto?
Tre persone alzarono il capo contemporaneamente. Quelli che sembravano marito e moglie lo guardarono con aria interrogativa scuotendo il capo.
Luca capì subito che i due non gradivano la sua presenza. Lo zaino con il sacco a pelo e le scarpe appese, la maglietta dei Led Zeppelin con qualche buco di troppo e i capelli lunghi gli conferivano l’aspetto di un hippy fuori tempo massimo dall'aria poco rassicurante.
--Non penso.
Rispose la donna con aria poco convinta. Speranzosa del contrario, si voltò verso la ragazza seduta dirimpetto al sedile vuoto con uno sguardo che era un misto di speranza e supplica.
--No, no! E’ libero.
Disse lei con una voce squillante che sembrò scuotere l’intero silenzioso vagone.
La donna non fece nulla per nascondere lo sbuffo di disapprovazione.

Luca si sedette dopo aver faticato non poco a far entrare il suo bagaglio nel giusto spazio.
Mormorò un timido grazie. Solo la ragazza gli rispose con un sorriso. Quel gesto ebbe su Luca un effetto devastante. Il cuore si fermò per un istante, prese una lunga rincorsa e, prima che al povero ragazzo mancasse il fiato, incominciò a correre all’impazzata. Batteva così forte che sembrava che ogni battito sollevasse la maglietta. La bocca dello stomaco si chiuse di getto lasciando incastrato il panino che se stava aspettando di essere digerito e che ora stava pensando di tornare da dove era venuto. I pori del viso si dilatarono lasciando uscire timide gocce di sudore che giocavano a rotolare giù dalle tempie e, per non rimanere lì a fare niente, i capillari delle guance pensarono bene di gonfiarsi colorando il viso del ragazzo di un bel rosso rubino. Gli sembrava di essere su una nave dal beccheggio insopportabile ed invece era su un treno. Fermo. La fonte del suo mal di mare indossava una maglietta con l’inconfondibile volto di John Lennon stilizzato in Imagine, una gonnellina a fiorellini rossi che scendeva fino al ginocchio ed un paio di All Star rosse sulle quali si posavano i risvolti bianchissimi delle corte calze di cotone. In grembo, le mani coccolavano un cappello di paglia con delle piccole margherite intrecciate sulla falda. Nel volto brillavano due acute pupille nerissime come i boccoli che si poggiavano sulle spalle. Tutto questo, però, scompariva di fronte a quel sorriso. In quel momento Luca pensò che quella fosse la conferma dell’esistenza di Dio, che una cosa così bella non potesse essere solamente un fortuito frutto del caso. Dio, però, avrebbe però potuto essere più generoso con lui, evitando quel brutto naso storto. Probabilmente mentre lo stava disegnando qualcuno gli aveva dato una gomitata. Cacciò questi pensieri mettendosi a guardare fuori del finestrino finché il treno si mosse.

L’unico rumore che si udiva nell’intero vagone era quello delle ruote sulla strada ferrata. La coppia a fianco ogni tanto si scambiava qualche parola. Luca e la sua dirimpettaia guardavano fuori del finestrino. A volte il ragazzo la osservava di nascosto ed ogni volta sentiva il volto andare in fiamme. Durante una di queste volte, i loro sguardi s’incrociarono.
--Vai al mare?
Chiese lei.
--Eh sì.
Rispose lui schiarendosi la voce e sapendo di avere il volto completamente rosso per l’emozione. Quel sorriso gli stava rivolgendo la parola. Voleva parlare e voleva farlo con lui. Solo con lui. Anche perché era l’unica persona che aveva davanti.
Si fece coraggio e continuò la frase.
--Vado a trovare degli amici e mi fermo per il fine settimana. E tu?
--Anch’io vado al mare, ma non a divertirmi.
Il sorriso scomparve.
--Mi dispiace. -- Disse Luca.
--Anche a me.
Un’ombra attraversò il suo viso rattristandolo, ma fu solo un attimo perché la ragazza riprese a sorridere e disse:
--Vorrà dire che mi divertirò un’altra volta. Ciao, io sono Sara.
--Piacere, Luca.
Si strinsero la mano.
Luca si sentì immediatamente più a suo agio. Sentiva che, poco alla volta, il rossore ed il sudore che si erano accampati sul suo volto stavano sbaraccando ed avevano deciso di andarsene.
--Vedo che ti piacciono i Led Zeppelin.
Continuò Sara, indicando la maglietta del ragazzo.
--E’ uno dei miei gruppi preferiti. E a te piace Lennon o sbaglio?
--Non sbagli. Adoro i Beatles ma John in particolare…. E’ difficile da spiegare, è per me una vera e propria guida. Non solo per le canzoni che trovo tutte stupende, ma anche per la sua condotta di vita.
Parlando di Lennon i suoi occhi s’illuminarono emanando un entusiasmo contagioso. Luca ascoltava a bocca aperta.
--E’ stato uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Ha composto delle canzoni perfette e ha vissuto la sua vita al massimo, soprattutto come uomo, con tutte le sue contraddizioni, i suoi errori, ma anche con le sue scelte significative e la continua ricerca della pace e dell’amore universale. Era una rock star che si comportava da uomo, che viveva come un uomo, almeno io l’ho sempre trovato così.
Luca era in estasi.

--Io preferisco i Beatles al Lennon solista. E, beh, Imagine non può non piacere. E’ una di quelle canzoni che devono piacere, ma io preferisco di gran lunga Instant Karma….
In confronto alle parole di Sara le sue gli sembravano quelle di un bimbo che dice che le caramelle gommose rosse sono più buone di quelle verdi.
La ragazza aprì ancora di più gli occhi ed esclamò:
--Davvero? E’ la mia canzone preferita!
Il ragazzo avrebbe voluto mettersi a correre lungo i corridoi urlando a squarciagola e agitando le braccia come se avesse segnato una rete spettacolare e clamorosa nella finale dei campionati del mondo di calcio.
--La mia non è un’infatuazione adolescenziale-- Precisò Sara. --Anche perché fisicamente John non mi piace particolarmente, ho sempre preferito Paul.
Parlava dei suoi idoli musicali come se stesse parlando degli amici più cari. A Luca fece una gran tenerezza e questo pensiero gli fece nascere un piccolo sorriso che non sfuggì agli occhi attenti della sua interlocutrice.
--Perché sorridi? Pensi che sia stupida?
--No, tutt’altro! E’ che parli di loro come se fossero amici tuoi, come se fossero delle presenze importanti nella tua vita. Anzi, direi proprio che sono delle persone importanti, anche se non le conosci e se loro non hanno la benché minima idea della tua esistenza. Credo che sia una cosa bella.
--E’ il grande potere degli artisti, dei musicisti in particolare. Riescono ad entrare nella vita di migliaia di persone e a volte la condizionano o addirittura la cambiano. Se ci pensi è un potere enorme, che fa quasi paura.

Gli occhi di Sara si abbassarono un attimo.
--In certi momenti se non ci fosse la sua musica, non so come farei. Forse è sbagliato aggrapparsi a delle note.
--Non credo che sia sbagliato. Anche per me è così. A volte sembra che l’unica cosa che ci rimane siano quelle canzoni, quasi fossero state composte solo per noi, per farci stare meglio, per aiutarci o coccolarci nei momenti difficili o anche solo per farci divertire. L’importante è collocarle nella giusta posizione, non farle diventare la cosa più importante, ma trasformarle in un mezzo per aiutarci a raggiungere quello che veramente vogliamo, non perdendo di vista che quello che veramente conta nella vita sono cose ben più importanti. Sono solo canzoni, ma aiutano.
In cuor suo Luca si stupì e non poco di essere riuscito ad articolare una simile frase senza impappinarsi o esibirsi in elucubrazioni senza senso alcuno.
--Hai perfettamente ragione. Cavoli, se hai ragione.
E così parlarono per oltre un’ora, quasi esclusivamente di musica. Gli altri passeggeri sembravano essere scomparsi nel nulla. In quel vagone, in quel momento, esistevano solo i due ragazzi. E più il tempo passava, più i due entravano in sintonia, le parole uscivano belle e leggere e gli occhi erano sempre fissi gli uni negli altri.
Il treno si fermò nell’ennesima stazione.
--Cavoli, siamo già arrivati! Io scendo qui. La tua è stata davvero una compagnia piacevole, grazie.
Squillò Sara, mentre prendeva il suo zaino e si avviava verso l’uscita.
Luca ebbe un attimo d’esitazione, poi si alzò, prese il suo bagaglio facendolo quasi crollare in testa all’uomo seduto al suo fianco.
--Scusi!
Non attese la riposta e seguì la ragazza.
--Anch’io scendo qui.
Il treno ripartì fragorosamente, mentre i due ragazzi uscivano dalla stazione in un silenzio che fu rotto dal saluto di Sara.
--Mi ha fatto molto piacere conoscerti, Luca.
--Anche a me.
Il cuore di Luca s’intristì improvvisamente. Abbassò per un attimo lo sguardo e, quando lo rialzò, gli occhi di lei lo penetrarono fino in fondo all’anima. A Luca quello sguardo sembrò inequivocabile, ma forse era solo una sua impressione. Lei gli porse la mano. Lui gliela strinse. Restarono qualche secondo così poi, come se il destino avesse deciso che il momento richiedeva un segno tangibile per cementare nei ricordi un incontro inaspettato ma bello, si abbracciarono.
--Ciao!
--Ciao!
Luca osservò Sara allontanarsi.
Gli occhi umidi urlavano quello che il suo cuore gli sussurrava: non l’avrebbe rivista mai più.
Il ragazzo entrò nella sala d’attesa odiandosi per non averle chiesto nemmeno il numero di telefono. Gli rimanevano un nome e l’immagine di un sorriso stupendo.
Si sedette ad aspettare.
Dopo un paio d’ore sarebbe passato il treno che l’avrebbe portato alla giusta destinazione.

Quel giorno Luca non andò in ufficio. Telefonò dicendo che si sentiva poco bene, andò a comprare una raccolta di canzoni di Lennon e guidò tutto il giorno senza fermarsi mai, con la sua voce a tenergli compagnia. Da quanto tempo non lo faceva. E John gli parlava, gli diceva che è bello poter credere in zucche che si trasformano in principesse e in ranocchi che diventano principi, che è bello poter credere che la luna ci sorrida, quando ci affrettiamo a rincasare prima che batta la mezzanotte. E chi se ne frega se la gente dice che siamo strani, ridendo alle nostre spalle, solo perché sogniamo ad occhi aperti o c’imbamboliamo guardando una ruota che gira con i pensieri chissà dove. Gli diceva che non ci sono problemi, ma solo soluzioni e non che non bisogna avere fretta, mai. E che un giorno tutto splenderà, come la luna, le stelle e il sole. Perché ogni giorno non è mai uguale all’altro e può capitare che un incontro inaspettato renda quel giorno speciale o sconvolga in meglio la tua vita.
Quella notte il letto sembrava più caldo e accogliente. Nell’oscurità in Luca stava nuovamente nascendo il desiderio di ascoltare musica. Altra musica, tanta musica.
Si addormentò con un lieve sorriso sulle labbra e, dopo molti anni, ricominciò a sognare.