martedì 14 marzo 2017

Vogliamo Tutto e lo Vogliamo Subito.

Così cantavano i Queen, i Muse e i Rise Against, e chissà quanti altri.
Vogliamo tutto e subito: un velleitario e ingenuo slogan nato durante il movimento studentesco del 1968 che con il passare del tempo si è trasformato. Paradossalmente da motto anti sistema è diventato un motto del sistema. Sì, perché a pensarci bene, quello che era usato dagli studenti per reclamare le riforme e il cambiamento di un apparato già all'epoca considerato obsoleto e farraginoso, è diventato poco alla volta l'occulto mantra che sta condizionando pesantemente il nostro stile di vita.

Vogliamo di tutto, non solo i beni cosiddetti necessari, ma la bramosia del possesso (la roba di verghiana memoria) ci sta portando a consumare prodotti su prodotti di cui potremmo fare a meno e non sentiremmo la mancanza. D'altronde, se una società si basa sul consumo non è che le cose possano andare diversamente. A questa smodata e malsana voglia di possesso, negli ultimi anni si è affacciato e poi consolidato quello che a prima vista può sembrare un valore aggiunto ma che, a pensarci bene, non lo è affatto: il subito.
Dobbiamo avere l'ultimo modello iPhone prima degli altri e siamo addirittura disposti ad accamparci fuori dal negozi. Se ordiniamo un prodotto on line lo vogliamo in giornata, in alcuni casi nel giro di poche ore. Poco importa se il libro che abbiamo ordinato poi finirà nella pila dei libri da leggere e lì rimarrà per dei mesi.
Subito, ora, adesso.
E chi non è in grado di fornire un servizio ultra rapido ha vita breve.
Abbiamo davvero tutta questa urgenza?
Il tutto e subito sta cambiando il nostro stile di vita. E lo sta cambiando in peggio. Chi ha a che fare con questo sistema per lavoro (e poco alla volta tutti i fortunati che un lavoro ancora ce l'hanno dovranno farci i conti) sa di cosa parlo. Qualsiasi richiesta dev'essere evasa immediatamente e in maniera veloce. E il preoccupante paradosso è che si sta arrivando al punto che la velocità sta divorando la qualità. Non è importante che sia fatto bene ma che sia fatto in breve tempo. Scommetto che qualcuno ha già sentito questo assurdo assioma, figlio di questi tristi giorni.

E la vita del cosiddetto Popolo della Rete (ragazzi, che cosa lacrimevole) è l'emblema di questo stile di vita. Il live fast, die young 2.0 sta raggiungendo, attraverso i Social Network, un ritmo assurdo. Notizie che appena nascono sono già vecchie, morte. Un bombardamento continuo di news vere o farlocche che si accavallano o addirittura si mescolano rendendo quasi impossibile distinguerle, meme e post virali che rimbalzano come schegge senza controllo, per non parlare delle catene di S.Antonio e dei post SSIC (Se Sei Indignato Condividi). Una vera piaga digitale. Tra di essi le vere notizie e i post, interessanti e approfonditi, si perdono. E siccome l'effetto collaterale di questa velocità è il pauroso abbassamento della soglia di attenzione che ci sta riducendo ad una mandria di analfabeti funzionali, ritengo opportuno, quasi necessario, un ritorno alle origini.
Un rapido esempio: proprio in questi giorni su Facebook è comparso un video virale in cui, durante un evento sportivo, una mamma con in braccio un neonato al momento di applaudire, avendo l'arto occupato a tenere il pargolo, ha pensato bene di usarlo come mano mancante. In pratica lo prendeva a sberle. Sommossa popolare, centinaia di commenti indignati con i più benevoli a invocare la pena capitale per la mamma modello. Peccato si trattasse di un clamoroso falso. Perché, senza neppure aguzzare la vista, si poteva vedere molto bene che la donna aveva in braccio una bambola.
La soglia di attenzione e paurosamente scesa sotto il livello di guardia.

E qui entrano in gioco i blog, che forse possono trasformare la loro agonia (sì perché i blog, non se la passano molto bene, sapete?) in qualcosa di utile.
Ormai siamo isole sperdute che attirano quasi esclusivamente altri blogger, perché il semplice lettore (permettetemi di chiamarlo così) è perso nel marasma social e quando, disgraziatamente, clicca su un link che lo rimanda a un post di un blog che supera le dieci righe, esclama è troppo lungo e corre via inorridito.
Possiamo cambiare questa agonia e renderla un luogo salutare: un posto tranquillo. Dove leggere qualcosa d'interessante, ben scritto e soprattutto approfondito.
Abbiamo ancora bisogno dell'ennesima classifica dei dieci libri che ci hanno cambiato la vita? Abbiamo ancora bisogno di un post quotidiano da dieci righe?
Abbiamo ancora bisogno dell'ennesima playlist?
Sì, ne abbiamo bisogno, perché a volte il futile è utile.
Ma abbiamo anche bisogno di scrivere di più.
Abbiamo bisogno di essere più lenti: chi scrive e chi legge. Tutti.
Ce l'avete fatta ad arrivare fino a qui?
Bene, è un buon inizio.

venerdì 24 febbraio 2017

Sex Pizzul: Pedate.

Tempo fa ho iniziato a pensare che la casualità non esista, ma tutto sia il frutto di un calcolo contorto di un Architetto divino che forse ha qualche rimorso e allora per farsi perdonare pone sul nostro cammino piccole perle per cercare di alleviare le nostre sofferenze. Lungi da me l'essere blasfemo. Ma l'Architetto ed io abbiamo un rapporto un po' così. Quello che prima era un dubbio si sta trasformando in un tarlo e chissà se a breve diverrà una certezza.

Continuo ad imbattermi per puro caso (per ora diciamo ancora così) in dischi che riescono a farmi dimenticare settimane belluine trascorse in modo anfetaminico, brontolando come una pentola piena di fagioli dimenticata sul fuoco.
E voi sapete che cosa succede, se dimenticate una pentola sul fuoco.
Settimane in cui, arrivato alla fine, se avessi la famigerata valigetta con i codici delle testate nucleari non esiterei a usarli in maniera del tutto causale. E mentre il mondo collassa nel fuoco atomico, riderei a crepapelle con gli occhi spiritati come un novello commissario Dreyfus.
Sono una persona brutta, lo so. Ma voi pensate d'essere migliori di me?
Vedete? Oggi è uno di quei venerdì e la vena polemica è ancora presente, nonostante abbia già ascoltato Pedate due volte. Ma dovevate vedermi prima!
Ancora un ascolto e questo venerdì sarà stupendo.
Pedate è una di quelle cose che fanno bene, che ti migliorano la giornata e, dopo quello che ho scritto prima, la migliorano all'umanità intera.
In un attimo di pausa, navigando nell'internetto senza una destinazione precisa, mi sono imbattuto nella copertina che vedete in cima al post. Poi ho letto il nome del gruppo.

Meriterebbero la Hall Of Fame solo per questo.
Un mash up tra i Sex Pistols, una bandiera del punk e Bruno Pizzul, a suo modo bandiera della divinità italica per eccellenza: il calcio.
Sex Pizzul.
La genialità è nei dettagli.
Non so chi siano, da dove arrivino e che cosa abbiano in passato. Al momento m'importa solo di Pedate e del suo essere punk senza esserlo. Perché pur presentandosi come tale, qui di punk non c'è traccia. Se non nell'attitudine. M'importa del suo suono così pieno, del basso (uno strumento che adoro) opulento e della non classificabilità della musica. Post Punk, New Wave, Art Rock, Funk? Non lo so. Forse la prima cosa che mi viene in mente e a cui potrei accumunarli sono i Primus di quel geniaccio di Les Claypool. Ascoltate The Fearless Wampire FC e poi ditemi.
Tutte speculazioni, per rendervi un'idea, perché poi alla fine chissenefrega!
Otto pezzi eterogenei, dotati di un groove pazzesco e che paradossalmente, nonostante la loro diversità, stanno bene insieme. Non è un ascolto immediato, ma poco alla volta ti prende e ti entra in circolo per non mollarti più.
Consiglierei questo disco solo per l'attacco anni ottanta di Soccer Brawl che mi fa sbarellare tutte le volte. E Irina Te Amo, altro tocco geniale, che ti spiazza a suon di schiaffoni noise.
Un atipico omaggio al mondo del calcio chiuso alla grandissima con Stadium, rivisitazione della sigla di Domenica Sprint che i più punk di voi sicuramente ricorderanno.
E adesso vado col terzo ascolto consecutivo.
Il mondo è bello. Evviva i Sex Pizzul!


Sex Pizzul, Pedate.
1) El Tanque
2) Go Foxes!
3) The Fearless Vampires F.C.
4) Irina Te Amo
5) Flying Scorpio
6) St. Pauli
7) Soccer Brawl
8) Stadium

Sex Pizzul su Facebook.
La play list sulla pagina YouTube della Chic Paguro.

venerdì 17 febbraio 2017

...Perché in Fondo lo Squallore Siamo Noi.

Possono non piacere, ma gli 883 hanno lasciato il segno. Specialmente nella generazione cresciuta negli anni novanta. E anche se forse non lo ammetterebbero mai, esistono estimatori di Max Pezzali anche tra le schiere degli amanti della musica più dura e (a quanto pare non sempre) intransigente.
A me non dispiacciono. Ho sempre pensato che fossero un buon prodotto pop confezionato con professionalità. E i testi del buon Max comunque riuscivano a far breccia in un animo post adolescenziale come il mio. Canzoni come Con Un Deca, La Dura Legge Del Gol o Come Mai erano uno spaccato di vita vissuta in cui tutti più o meno ci ritrovavamo. E ancora oggi quando mi capita di riascoltarle, lo faccio sempre con piacere. E un po' di nostalgia comunque salta fuori.

A dimostrare la trasversalità della musica di Pezzali ci pensano i 666, da Colleferro in provincia di Roma. Una band tributo degli 883 che rende loro omaggio in modo un po' particolare. Evita di ripetere pedissequamente le sonorità dell'originale ma letteralmente le sconvolge in chiave punk, hard core ed heavy metal.
Avrebbe potuto essere una cosa imbarazzante. Una roba inascoltabile. Invece ...Perché in Fondo lo Squallore Siamo Noi è un disco fico!
Primo, perché è suonato alla grande. Secondo, perché prende gli anthem originali, li trasforma senza stravolgerli e aggiunge quella carica rock da scapoccio ignorante che tanto ci piace.
E' un disco dannatamente divertente! Da ascoltare ad un volume disumano, rovinandosi le corde vocali. Sarebbe d'uopo lo scapocciamento ma avendo una certa età, le mie cervicali non possono più permettersi certi vizi. Chi può, osi!
E lo dice uno che trova le cover band inutili e un po' tristi. Salvo in alcuni rari casi, come quello dei 666.

Molto bella anche la copertina, anch'essa una cover di un album degli 883: La Donna, Il sogno E Il Grande Incubo. Disegnata da Zerocalcare, vede come ospite Eddie, la mascotte degli Iron Maiden e al posto di Pezzali, presente nell'originale, il su ex sodale Mauro Repetto.

Potete scaricare il disco gratuitamente qui.


666 ...Perché in fondo lo squallore siamo noi. (2016)
01 - Hanno Ucciso L'Uomo Ragno
02 - Jolly Blue
03 - Sei Un Mito
04 - Cumuli
05 - Rotta X Casa Di Dio
06 - Se Tornerai
07 - Il Grande Incubo
08 - Weekend
09 - Con Un Deca
10 - La Dura Legge Del Gol


666 su Facebook.
666 su Youtube.

mercoledì 15 febbraio 2017

Claudio Vergnani: A Volte Si Muore.

In una città dove intere aree erano preda di criminali e maniaci, di bande mascherate, di stupratori seriali e pazzi sbandati, e sotto il controllo di gangster in doppiopetto, si muoveva un assassino misterioso e invisibile chiamato il Bisbiglio. La leggenda voleva che solo i morti che si lasciava dietro – straziati e oltraggiati – potessero vederlo. Infliggeva una fredda violenza e una studiata crudeltà, muovendosi con astuzia nel buio e nel silenzio. Colpiva quando le sue vittime erano ignare, indifese o deboli. Oppure, al contrario, quando erano certe di essere al sicuro. E, quel che era peggio, non comprendevamo nemmeno perché lo facesse. Non eravamo un passo indietro, eravamo proprio anni luce distanti. Eppure, in qualche modo, sentivamo che il cerchio ci si stava stringendo intorno, che alla fine, in un modo o nell’altro, lo avremmo visto anche noi…



Avvertenza: questa non è una recensione. Si tratta di uno sfogo perché in questi giorni gira male.
(Vorrei vedere voi, dopo una settimana di Sanremo).
Sono un po’ stanchino di sentire gente che si lamenta e non alza un dito mentre chi si sbatte per proporre qualcosa, viene sistematicamente snobbato, criticato con cattiveria o, peggio, preso per i fondelli.
Mi scuso anticipatamente con Claudio Vergnani per aver usato il suo splendido romanzo come valvola di sfogo.


Che cosa dire che non abbia già detto nel post dedicato a La Torre delle Ombre?
Forse che A Volte Si Muore addirittura lo supera?
Che Vergnani è sempre più bravo?
Che appena finisci di leggere un suo romanzo hai già voglia di un altro?
Anche.
Quello che mi preme di dire però è questo.
Qualche coraggioso in rete sta cercando di far capire al pubblico che il fantasy non è solo Tolkien, l'horror non è solo King e il thriller non è solo Connelly.
Non ci credi? Clicca un po' qui!
C'è tutto un mondo intorno, aprite le finestre al nuovo sole! Là fuori ci sono un sacco d’autori molto validi che in alcuni casi si avvicinano pericolosamente ai grandi maestri.
E sapete una cosa? Ci sono anche degli autori italiani!
Sì Sì.
Proprio così.
Incredibile, vero?
Non ci credi? Allora fai un giro tra le pagine di questo blog oppure tra quelli linkati a destra e fatti un'idea.
Il mondo della letteratura di genere è vivo e vegeto. Ha solo un piccolo problema: tu.
Tu che sei troppo pigro per gironzolare in rete alla ricerca di qualcosa di nuovo.
Tu che non hai il coraggio d'investire una manciata di euro in un autore che non conosci.
Tu che sei così provinciale da non tollerare il fatto che il protagonista si chiami Giovanni invece di John e non viva a New York ma a Cusano Milanino.
Tu che sei bravo a lamentarti, solo a lamentarti.
Tu che sei così passivo che non scegli, ma ti limiti a subire il battage pubblicitario delle grandi Casi Editrici.
Tu che storci il naso solo perché l'autore si autoproduce.
Tu che sniffi la carta come se fosse Popper.
Sì, se la letteratura di genere in Italia non vende o vende poco, la colpa è anche tua.

Claudio Vergnani: A Volte Si Muore
Editore: Dunwich Edizioni
Ebook o Edizione Cartacea con copertina flessibile
ISBN-10: 8899635447
ISBN-13: 978-8899635442

domenica 12 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 Epilogo.

Ragazzi, è finita!
Ha vinto... Chi ha vinto? Non mi ricordo.
Anche quest'anno è andata. Ma è stata dura. Dura Davvero.
Ci sono state un paio di serate veramente difficili in cui ho dovuto capitolare di fronte al Moloch sanremese.
E questa sera, arrivare fino in fondo è stata un'impresa. Come la cura Ludovico.
Ora tutto quello di cui ho bisogno è questo:


sabato 11 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 #4.

Il Nazionalpopolare non è il vostro pane? Avete disegnato le croci sul muro del salotto, per contare i giorni che avete trascorso agonizzanti sul divano? Le vostre orecchie stanno producendo quantità industriali di cerume, per formare una barriera naturale contro le mefitiche vibrazioni sonore emanate del vostro televisore? Non disperate. Siete quasi giunti al traguardo. Silverfish Imperetrix non vi lascia soli nel momento più delicato e vi aiuta con due bombe dopanti che vi permetteranno di arrivare alla fine (quasi) incolumi.

Timoria: Viaggio Senza Vento.
Prima che Francesco Renga diventasse il Francesco Renga che tutti conosciamo, era il cantante dei Timoria.
Prima che Omar Pedrini fosse l'Omar Pedrini che tutti conosciamo, era il chitarrista dei Timoria.
I Timoria erano bravi. E Viaggio Senza Vento ne è la fulgida testimonianza.
Sia dal punto di vista dei testi, si tratta di un concept album che narra il viaggio del protagonista Joe che cerca di dare un senso alla sua vita, sia musicalmente perché tutto il gruppo è in stato di grazia, con un Renga insuperabile. Pianificare un ascolto ogni tanto non è solo un piacere ma è necessario a comprendere meglio che cosa ci siamo persi dopo il loro scioglimento.
 
Baustelle: Amen.
Lo so, avrei potuto mettere tranquillamente il suo predecessore La Malavita, che se la gioca ai punti.
Averne di dubbi così: è come scegliere tra lasagne e pizza quando mangi minestrina insipida da una settimana.
Penso non sia il caso di aggiungere altro.
Anzì sì: Francesco Bianconi era uno degli autori de Le Canzoni Fanno Male, portata al Festival dalla giovane proposta Marianne Mirage.
E si sente.
Indovinate che fine ha fatto la brava Marianne?


Avvertenza: qui non si tratta di essere snob o radical chic. Qui si tratta di sopravvivenza, perché dopo la quarta serata, non solo lo spirito, ma anche il fisico inizia a dare brutti segni di cedimento.
Perché quest'anno, a quanto pare, il Festival di Sanremo è davvero roba per gente coraggiosa, paziente e palestrata.

venerdì 10 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 #3.

Il Nazionalpopolare non è il vostro pane? Pensate che Ermal Meta sia il nome di un gruppo di rock pesante e che quello che c'è sul palco dell'Ariston non sia Al Bano ma un ologramma come quello di Ronnie James Dio? Non disperate. Per trascorrere indenni le serate sanremesi, Silverfish Imperetrix vi viene incontro proponendovi degli ascolti pop rock italici, ideali per una decompressione senza rischi.


Africa Unite: In Diretta Dal Sole.
Ritengo che In Diretta Dal Sole sia uno dei dischi dal vivo più belli che siano stati pubblicati da un artista italiano. Possiede una carica e una vitalità uniche, oltre a un suono strepitoso. Paragonata al piattume emozionale trasmesso dalle canzoni sanremesi dell'anno domini 2017, la carica emanata dagli Africa Unite è qualcosa di alieno. L'ideale per illuminare queste giornate grigie.




C.S.I.: In Quiete.
Il confine tra le atmosfere calme e dilatate e la lagna è molto sottile. Purtroppo, quest'anno il confine sembra inesistente e i pezzi raramente riescono a starne al di sopra. Così scendono in caduta libera verso la monotonia. Bisogna essere bravi per rimanere a galla. I CSI in questo sono stati dei veri maestri e In Quiete (nomen omen) lo dimostra. Un disco che elargisce emozioni e lo fa sottovoce.



Ustmamò: Stard'Üst.
La vetta raggiunta da uno dei gruppi più interessanti degli anni novanta. Autori di un pop contaminato e contaminante, gli Ustmamò sono stati troppo presto dimenticati. Una stella cadente con un tragitto troppo breve. Tutti i loro dischi andrebbero recuperati, ma per chi non li conosce o li ha colpevolmente dimenticati, Stard'Üst è un ottimo punto di partenza.




Avvertenza: qui non si tratta di essere snob o radical chic. Qui si tratta di sopravvivenza, perché dopo la terza serata che ha visto massacrare la maggior parte delle più belle canzoni popolari del nostro Paese, anche il più estremista e sadomasochista degli ascoltatori libero da qualsiasi preconcetto ha bisogno d'essere disintossicato.
Perché quest'anno, a quanto pare, il Festival di Sanremo è davvero roba per gente coraggiosa e soprattutto paziente.

giovedì 9 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 #2.

Il Nazionalpopolare non è il vostro pane? La Mannoia vi annoia e alla voce di Giusy Ferreri preferite le unghie sulla lavagna? Non disperate. Per trascorrere indenni le serate sanremesi, Silverfish Imperetrix vi viene incontro proponendovi degli ascolti pop rock ideali per un detox spirituale.

Television: Marquee Moon.
Altro grande gruppo ahimè troppo sottovalutato e dalla breve vita, autore di una delle pietre miliari del rock: Marquee Moon. In questi giorni è il suo compleanno: quarant'anni portati alla grande. Lo ascolto raramente ma ogni volta è una goduria. Specialmente dopo due ore di Festival e in questo caso è il Nivana.






Badly Drawn Boy: About A Boy.
Damon Gough scrive la colonna sonora del film omonimo che ha come protagonista Hugh Grant e tira fuori dal cilindro un album pop che si avvicina alla perfezione. Stranamente ignorato da pubblico e critica sordi di fronte a canzoni come Something to Talk About e Silent Sigh che sono piccoli capolavori. Il disco ideale dopo essersi sorbiti Sanremo perché funziona come basanite tra il pop fatto bene e l'immondizia.




Avvertenza: qui non si tratta di essere snob o radical chic. Qui si tratta di sopravvivenza, perché dopo la seconda serata ancor più soporifera della prima, anche il più valoroso e generoso degli ascoltatori libero da qualsiasi preconcetto ha bisogno d'essere disintossicato.
Perché quest'anno, a quanto pare, il Festival di Sanremo è davvero roba per gente coraggiosa e soprattutto paziente.

mercoledì 8 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 #1.

Il Nazionalpopolare non è il vostro pane? A Zarrillo preferite Brain Salad? A Ron, Aqualung?
Non disperate. Per trascorrere indenni le serate sanremesi Silverfish Imperetrix vi viene incontro proponendovi degli ascolti pop riparatori.



Judas Priest: Turbo.
L'album che fece perdere definitivamente i capelli a Rob Halford. Se le pessime critiche della stampa accentuarono la stempiatura, il tracollo tricologico fu definitivo quando il povero Rob dovette vedersela con orde di metallari inferociti dalla svolta pop metal: più che un affronto, un vero tradimento. Trent'anni dopo, gli animi si sono raffreddati e come (troppo) sovente succede, il disco è stato rivalutato soprattutto dalla critica.
In occasione del suo trentennale, che cade il 31 marzo, è uscita da poco un'edizione speciale.
Sanremo è una buona occasione per (ri)ascoltare un ottimo disco di pop duro e non convenzionale.
Aaaaammmmm yooooooo toooooorrrrboooooo lovaaaaaaar!
 

Il Genio: Il Genio.
Gianluca De Rubertis e Alessandra Contini forse saranno ricordati esclusivamente per il tormentone Pop Porno, il primo singolo del disco d'esordio de Il Genio uscito nel 2008.
Ed è un peccato. Perché l'intero lavoro (come i due successivi, Vivere Negli Anni X e Una Voce Poco Fa) è uno scrigno contenente perle di pop elettronico sghembo e stralunato.
Orecchiabilità a manetta che va per manina a un'originalità che è merce rara in questi tempi.
Assolutamente da recuperare.
 

Avvertenza: qui non si tratta di essere snob o radical chic. Qui si tratta di sopravvivenza, perché dopo la prima serata soporifera oltre ogni limite, anche il più valoroso e generoso degli ascoltatori
libero da qualsiasi preconcetto ha bisogno d'essere purificato.
Perché quest'anno, se le cose non cambiano, il Festival di Sanremo è davvero roba per gente coraggiosa e soprattutto paziente.



giovedì 2 febbraio 2017

Claudio Vergnani: La Torre Delle Ombre.

In una città consegnata all’anarchia, preda di grottesche e letali bande criminali, logorata da cambiamenti climatici e rassegnata a un futuro dove la speranza è il lusso di pochi, i due protagonisti – Claudio e Vergy – tirano a campare, cercando di resistere al logorio di una vita priva di senso e di sbocchi, grazie a una rigida routine giornaliera fatta di allenamento fisico, di strategie per procurarsi il cibo e di stratagemmi per sopravvivere agli artigli affilati di quella società che non offre alcuna protezione ai perdenti, agli abbandonati, ai reietti.
Su questa metropoli in pieno degrado si curva minacciosa l’ombra della Torre, luogo di perdizione e malaffare da cui è bene tenersi alla larga. Almeno fino a quando la richiesta di aiuto di un vecchio amico, non porterà i due protagonisti a scalare il gigante di cemento e ferro alla ricerca dell’ultima scintilla di un antico valore, che potrebbe riscattarli da quell’esistenza di squallore.
In questa nuova epoca nella quale il futuro si mescola al presente e al passato, i due amici si ritroveranno invischiati nel perverso meccanismo del Salone dei giochi, una nuova e crudele forma di intrattenimento dove il divertimento di pochi – danarosi e senza scrupoli – si misura sulla sofferenza dei più deboli. Scopriranno a loro spese che non sono i nemici appariscenti quelli da cui devono guardarsi e che le insidie mortali si celano nei mezzi toni, nell’ambiguità e nell’indefinitezza cangiante dei chiaroscuri. In questa incerta zona di nessuno, dove ogni cosa muta e nulla può essere definito con certezza, la violenza, il pericolo, l’amore, l’amicizia e il tradimento finiranno per confondersi nel buio crudele e letale della Torre, che sarà il luogo dell’appuntamento finale con la verità, o con ciò che ne rimane: la sua ombra.

Inutile tergiversare: lasciate perdere questo post e andate a recuperare immediatamente questo romanzo.Però vi avviso: se vi avvicinate per la prima volta a Claudio e Vergy, sappiate che state entrando in un circolo vizioso che crea dipendenza.

Quello che m'inquieta di più nei romanzi di Claudio Vergnani è che la società distopica da lui descritta non si discosta molto da quella in cui stiamo vivendo. Mi è capitato più volte, durante la lettura, di perdere la bussola e di non capire dove fossi. Mi trovavo in un futuro ormai prossimo? Oppure in una realtà (neppure troppo) alternativa? Lo spettro della malsana anarchia che aleggia nelle pagine dello scrittore modenese è il frutto di un'accesa fantasia o è una cupa previsione?
Domande che mi rimbalzavano in testa quasi in modo ossessivo.
E' la peculiarità dei romanzi di Vergnani ai quali, tolto il velo della graffiante ironia e delle fulminanti battute, rimane un cuore colmo di amarezza e disillusione che, a mio avviso, non sfocia nel pessimismo ma nella triste e cruda realtà.
I protagonisti, Claudio e Vergy, sono i primi a rendersene conto e a non farsi illusioni verso cosa riserverà loro il futuro. Vivono alla giornata, o meglio sopravvivono. Reietti e poveri in canna quando potrebbero, non solo sbarcare il lunario, ma fare dei bei soldoni con conseguente bella vita, accettando incarichi mica tanto puliti.
Ma i due hanno un saldo codice deontologico. Un po' particolare a dire il vero, ma che prevede valori che sembrano ormai desueti. Lealtà e coerenza prima di tutto. L'onesta, un po' artigianale va detto, ma parliamo sempre d'integrità. Valori saldati da un'amicizia solida e quasi atavica.

La particolarità dello stile di Vergnani, contrariamente ai tempi in cui stiamo vivendo in cui la velocità sembra essere un dovere, è la calma. Nelle sue opere non si corre il rischio di essere sommersi da una caterva di avvenimenti nel giro di poche pagine. Ho l'impressione che a volte tutta questa accozzaglia di eventi sciorinata a Mach 1 sia uno stratagemma adottato dagli autori per mantenere alta la concentrazione di un pubblico sempre più distratto. Non è questo il caso, perché qui l'azione viene distribuita con sapienza e narrata con il ritmo giusto. La bravura di Vergnani sta anche in questo: dosare le parti più riflessive, oserei dire quasi intimistiche, con quelle prettamente d'azione. La cosa che adoro è il dualismo espresso dalle figure dei due protagonisti. Claudio, che subisce costantemente quello che ho battezzato come il terzo principio della psicodinamica: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Un principio che lo porta, dopo aver commesso azioni di ogni genere, a subire profonde conseguenze a livello psicologico e a porsi domande scomode a cui cerca in un modo o nell'altro di dare delle risposte. Oppure delle giustificazioni quando la risposta che ottiene non è piacevole.
Se Claudio rappresenta la fragilità, Vergy sembra essere l'opposto: una roccia inamovibile su cui tutto quello che cade dall'alto o si frantuma o scivola via.
Due esseri umani apparentemente agli antipodi che forse rappresentano le due facce della stessa medaglia la cui effige ha le fattezze dell'autore?

Claudio Vergnani: La Torre Della Ombre
Editore: Nero Press
Ebook o Edizione Cartacea con copertina flessibile
ISBN-10: 889873963X
ISBN-13: 978-8898739639