venerdì 17 febbraio 2017

...Perché in Fondo lo Squallore Siamo Noi.

Possono non piacere, ma gli 883 hanno lasciato il segno. Specialmente nella generazione cresciuta negli anni novanta. E anche se forse non lo ammetterebbero mai, esistono estimatori di Max Pezzali anche tra le schiere degli amanti della musica più dura e (a quanto pare non sempre) intransigente.
A me non dispiacciono. Ho sempre pensato che fossero un buon prodotto pop confezionato con professionalità. E i testi del buon Max comunque riuscivano a far breccia in un animo post adolescenziale come il mio. Canzoni come Con Un Deca, La Dura Legge Del Gol o Come Mai erano uno spaccato di vita vissuta in cui tutti più o meno ci ritrovavamo. E ancora oggi quando mi capita di riascoltarle, lo faccio sempre con piacere. E un po' di nostalgia comunque salta fuori.

A dimostrare la trasversalità della musica di Pezzali ci pensano i 666, da Colleferro in provincia di Roma. Una band tributo degli 883 che rende loro omaggio in modo un po' particolare. Evita di ripetere pedissequamente le sonorità dell'originale ma letteralmente le sconvolge in chiave punk, hard core ed heavy metal.
Avrebbe potuto essere una cosa imbarazzante. Una roba inascoltabile. Invece ...Perché in Fondo lo Squallore Siamo Noi è un disco fico!
Primo, perché è suonato alla grande. Secondo, perché prende gli anthem originali, li trasforma senza stravolgerli e aggiunge quella carica rock da scapoccio ignorante che tanto ci piace.
E' un disco dannatamente divertente! Da ascoltare ad un volume disumano, rovinandosi le corde vocali. Sarebbe d'uopo lo scapocciamento ma avendo una certa età, le mie cervicali non possono più permettersi certi vizi. Chi può, osi!
E lo dice uno che trova le cover band inutili e un po' tristi. Salvo in alcuni rari casi, come quello dei 666.

Molto bella anche la copertina, anch'essa una cover di un album degli 883: La Donna, Il sogno E Il Grande Incubo. Disegnata da Zerocalcare, vede come ospite Eddie, la mascotte degli Iron Maiden e al posto di Pezzali, presente nell'originale, il su ex sodale Mauro Repetto.

Potete scaricare il disco gratuitamente qui.


666 ...Perché in fondo lo squallore siamo noi. (2016)
01 - Hanno Ucciso L'Uomo Ragno
02 - Jolly Blue
03 - Sei Un Mito
04 - Cumuli
05 - Rotta X Casa Di Dio
06 - Se Tornerai
07 - Il Grande Incubo
08 - Weekend
09 - Con Un Deca
10 - La Dura Legge Del Gol


666 su Facebook.
666 su Youtube.

mercoledì 15 febbraio 2017

Claudio Vergnani: A Volte Si Muore.

In una città dove intere aree erano preda di criminali e maniaci, di bande mascherate, di stupratori seriali e pazzi sbandati, e sotto il controllo di gangster in doppiopetto, si muoveva un assassino misterioso e invisibile chiamato il Bisbiglio. La leggenda voleva che solo i morti che si lasciava dietro – straziati e oltraggiati – potessero vederlo. Infliggeva una fredda violenza e una studiata crudeltà, muovendosi con astuzia nel buio e nel silenzio. Colpiva quando le sue vittime erano ignare, indifese o deboli. Oppure, al contrario, quando erano certe di essere al sicuro. E, quel che era peggio, non comprendevamo nemmeno perché lo facesse. Non eravamo un passo indietro, eravamo proprio anni luce distanti. Eppure, in qualche modo, sentivamo che il cerchio ci si stava stringendo intorno, che alla fine, in un modo o nell’altro, lo avremmo visto anche noi…



Avvertenza: questa non è una recensione. Si tratta di uno sfogo perché in questi giorni gira male.
(Vorrei vedere voi, dopo una settimana di Sanremo).
Sono un po’ stanchino di sentire gente che si lamenta e non alza un dito mentre chi si sbatte per proporre qualcosa, viene sistematicamente snobbato, criticato con cattiveria o, peggio, preso per i fondelli.
Mi scuso anticipatamente con Claudio Vergnani per aver usato il suo splendido romanzo come valvola di sfogo.


Che cosa dire che non abbia già detto nel post dedicato a La Torre delle Ombre?
Forse che A Volte Si Muore addirittura lo supera?
Che Vergnani è sempre più bravo?
Che appena finisci di leggere un suo romanzo hai già voglia di un altro?
Anche.
Quello che mi preme di dire però è questo.
Qualche coraggioso in rete sta cercando di far capire al pubblico che il fantasy non è solo Tolkien, l'horror non è solo King e il thriller non è solo Connelly.
Non ci credi? Clicca un po' qui!
C'è tutto un mondo intorno, aprite le finestre al nuovo sole! Là fuori ci sono un sacco d’autori molto validi che in alcuni casi si avvicinano pericolosamente ai grandi maestri.
E sapete una cosa? Ci sono anche degli autori italiani!
Sì Sì.
Proprio così.
Incredibile, vero?
Non ci credi? Allora fai un giro tra le pagine di questo blog oppure tra quelli linkati a destra e fatti un'idea.
Il mondo della letteratura di genere è vivo e vegeto. Ha solo un piccolo problema: tu.
Tu che sei troppo pigro per gironzolare in rete alla ricerca di qualcosa di nuovo.
Tu che non hai il coraggio d'investire una manciata di euro in un autore che non conosci.
Tu che sei così provinciale da non tollerare il fatto che il protagonista si chiami Giovanni invece di John e non viva a New York ma a Cusano Milanino.
Tu che sei bravo a lamentarti, solo a lamentarti.
Tu che sei così passivo che non scegli, ma ti limiti a subire il battage pubblicitario delle grandi Casi Editrici.
Tu che storci il naso solo perché l'autore si autoproduce.
Tu che sniffi la carta come se fosse Popper.
Sì, se la letteratura di genere in Italia non vende o vende poco, la colpa è anche tua.

Claudio Vergnani: A Volte Si Muore
Editore: Dunwich Edizioni
Ebook o Edizione Cartacea con copertina flessibile
ISBN-10: 8899635447
ISBN-13: 978-8899635442

domenica 12 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 Epilogo.

Ragazzi, è finita!
Ha vinto... Chi ha vinto? Non mi ricordo.
Anche quest'anno è andata. Ma è stata dura. Dura Davvero.
Ci sono state un paio di serate veramente difficili in cui ho dovuto capitolare di fronte al Moloch sanremese.
E questa sera, arrivare fino in fondo è stata un'impresa. Come la cura Ludovico.
Ora tutto quello di cui ho bisogno è questo:


sabato 11 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 #4.

Il Nazionalpopolare non è il vostro pane? Avete disegnato le croci sul muro del salotto, per contare i giorni che avete trascorso agonizzanti sul divano? Le vostre orecchie stanno producendo quantità industriali di cerume, per formare una barriera naturale contro le mefitiche vibrazioni sonore emanate del vostro televisore? Non disperate. Siete quasi giunti al traguardo. Silverfish Imperetrix non vi lascia soli nel momento più delicato e vi aiuta con due bombe dopanti che vi permetteranno di arrivare alla fine (quasi) incolumi.

Timoria: Viaggio Senza Vento.
Prima che Francesco Renga diventasse il Francesco Renga che tutti conosciamo, era il cantante dei Timoria.
Prima che Omar Pedrini fosse l'Omar Pedrini che tutti conosciamo, era il chitarrista dei Timoria.
I Timoria erano bravi. E Viaggio Senza Vento ne è la fulgida testimonianza.
Sia dal punto di vista dei testi, si tratta di un concept album che narra il viaggio del protagonista Joe che cerca di dare un senso alla sua vita, sia musicalmente perché tutto il gruppo è in stato di grazia, con un Renga insuperabile. Pianificare un ascolto ogni tanto non è solo un piacere ma è necessario a comprendere meglio che cosa ci siamo persi dopo il loro scioglimento.
 
Baustelle: Amen.
Lo so, avrei potuto mettere tranquillamente il suo predecessore La Malavita, che se la gioca ai punti.
Averne di dubbi così: è come scegliere tra lasagne e pizza quando mangi minestrina insipida da una settimana.
Penso non sia il caso di aggiungere altro.
Anzì sì: Francesco Bianconi era uno degli autori de Le Canzoni Fanno Male, portata al Festival dalla giovane proposta Marianne Mirage.
E si sente.
Indovinate che fine ha fatto la brava Marianne?


Avvertenza: qui non si tratta di essere snob o radical chic. Qui si tratta di sopravvivenza, perché dopo la quarta serata, non solo lo spirito, ma anche il fisico inizia a dare brutti segni di cedimento.
Perché quest'anno, a quanto pare, il Festival di Sanremo è davvero roba per gente coraggiosa, paziente e palestrata.

venerdì 10 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 #3.

Il Nazionalpopolare non è il vostro pane? Pensate che Ermal Meta sia il nome di un gruppo di rock pesante e che quello che c'è sul palco dell'Ariston non sia Al Bano ma un ologramma come quello di Ronnie James Dio? Non disperate. Per trascorrere indenni le serate sanremesi, Silverfish Imperetrix vi viene incontro proponendovi degli ascolti pop rock italici, ideali per una decompressione senza rischi.


Africa Unite: In Diretta Dal Sole.
Ritengo che In Diretta Dal Sole sia uno dei dischi dal vivo più belli che siano stati pubblicati da un artista italiano. Possiede una carica e una vitalità uniche, oltre a un suono strepitoso. Paragonata al piattume emozionale trasmesso dalle canzoni sanremesi dell'anno domini 2017, la carica emanata dagli Africa Unite è qualcosa di alieno. L'ideale per illuminare queste giornate grigie.




C.S.I.: In Quiete.
Il confine tra le atmosfere calme e dilatate e la lagna è molto sottile. Purtroppo, quest'anno il confine sembra inesistente e i pezzi raramente riescono a starne al di sopra. Così scendono in caduta libera verso la monotonia. Bisogna essere bravi per rimanere a galla. I CSI in questo sono stati dei veri maestri e In Quiete (nomen omen) lo dimostra. Un disco che elargisce emozioni e lo fa sottovoce.



Ustmamò: Stard'Üst.
La vetta raggiunta da uno dei gruppi più interessanti degli anni novanta. Autori di un pop contaminato e contaminante, gli Ustmamò sono stati troppo presto dimenticati. Una stella cadente con un tragitto troppo breve. Tutti i loro dischi andrebbero recuperati, ma per chi non li conosce o li ha colpevolmente dimenticati, Stard'Üst è un ottimo punto di partenza.




Avvertenza: qui non si tratta di essere snob o radical chic. Qui si tratta di sopravvivenza, perché dopo la terza serata che ha visto massacrare la maggior parte delle più belle canzoni popolari del nostro Paese, anche il più estremista e sadomasochista degli ascoltatori libero da qualsiasi preconcetto ha bisogno d'essere disintossicato.
Perché quest'anno, a quanto pare, il Festival di Sanremo è davvero roba per gente coraggiosa e soprattutto paziente.

giovedì 9 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 #2.

Il Nazionalpopolare non è il vostro pane? La Mannoia vi annoia e alla voce di Giusy Ferreri preferite le unghie sulla lavagna? Non disperate. Per trascorrere indenni le serate sanremesi, Silverfish Imperetrix vi viene incontro proponendovi degli ascolti pop rock ideali per un detox spirituale.

Television: Marquee Moon.
Altro grande gruppo ahimè troppo sottovalutato e dalla breve vita, autore di una delle pietre miliari del rock: Marquee Moon. In questi giorni è il suo compleanno: quarant'anni portati alla grande. Lo ascolto raramente ma ogni volta è una goduria. Specialmente dopo due ore di Festival e in questo caso è il Nivana.






Badly Drawn Boy: About A Boy.
Damon Gough scrive la colonna sonora del film omonimo che ha come protagonista Hugh Grant e tira fuori dal cilindro un album pop che si avvicina alla perfezione. Stranamente ignorato da pubblico e critica sordi di fronte a canzoni come Something to Talk About e Silent Sigh che sono piccoli capolavori. Il disco ideale dopo essersi sorbiti Sanremo perché funziona come basanite tra il pop fatto bene e l'immondizia.




Avvertenza: qui non si tratta di essere snob o radical chic. Qui si tratta di sopravvivenza, perché dopo la seconda serata ancor più soporifera della prima, anche il più valoroso e generoso degli ascoltatori libero da qualsiasi preconcetto ha bisogno d'essere disintossicato.
Perché quest'anno, a quanto pare, il Festival di Sanremo è davvero roba per gente coraggiosa e soprattutto paziente.

mercoledì 8 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 #1.

Il Nazionalpopolare non è il vostro pane? A Zarrillo preferite Brain Salad? A Ron, Aqualung?
Non disperate. Per trascorrere indenni le serate sanremesi Silverfish Imperetrix vi viene incontro proponendovi degli ascolti pop riparatori.



Judas Priest: Turbo.
L'album che fece perdere definitivamente i capelli a Rob Halford. Se le pessime critiche della stampa accentuarono la stempiatura, il tracollo tricologico fu definitivo quando il povero Rob dovette vedersela con orde di metallari inferociti dalla svolta pop metal: più che un affronto, un vero tradimento. Trent'anni dopo, gli animi si sono raffreddati e come (troppo) sovente succede, il disco è stato rivalutato soprattutto dalla critica.
In occasione del suo trentennale, che cade il 31 marzo, è uscita da poco un'edizione speciale.
Sanremo è una buona occasione per (ri)ascoltare un ottimo disco di pop duro e non convenzionale.
Aaaaammmmm yooooooo toooooorrrrboooooo lovaaaaaaar!
 

Il Genio: Il Genio.
Gianluca De Rubertis e Alessandra Contini forse saranno ricordati esclusivamente per il tormentone Pop Porno, il primo singolo del disco d'esordio de Il Genio uscito nel 2008.
Ed è un peccato. Perché l'intero lavoro (come i due successivi, Vivere Negli Anni X e Una Voce Poco Fa) è uno scrigno contenente perle di pop elettronico sghembo e stralunato.
Orecchiabilità a manetta che va per manina a un'originalità che è merce rara in questi tempi.
Assolutamente da recuperare.
 

Avvertenza: qui non si tratta di essere snob o radical chic. Qui si tratta di sopravvivenza, perché dopo la prima serata soporifera oltre ogni limite, anche il più valoroso e generoso degli ascoltatori
libero da qualsiasi preconcetto ha bisogno d'essere purificato.
Perché quest'anno, se le cose non cambiano, il Festival di Sanremo è davvero roba per gente coraggiosa e soprattutto paziente.



giovedì 2 febbraio 2017

Claudio Vergnani: La Torre Delle Ombre.

In una città consegnata all’anarchia, preda di grottesche e letali bande criminali, logorata da cambiamenti climatici e rassegnata a un futuro dove la speranza è il lusso di pochi, i due protagonisti – Claudio e Vergy – tirano a campare, cercando di resistere al logorio di una vita priva di senso e di sbocchi, grazie a una rigida routine giornaliera fatta di allenamento fisico, di strategie per procurarsi il cibo e di stratagemmi per sopravvivere agli artigli affilati di quella società che non offre alcuna protezione ai perdenti, agli abbandonati, ai reietti.
Su questa metropoli in pieno degrado si curva minacciosa l’ombra della Torre, luogo di perdizione e malaffare da cui è bene tenersi alla larga. Almeno fino a quando la richiesta di aiuto di un vecchio amico, non porterà i due protagonisti a scalare il gigante di cemento e ferro alla ricerca dell’ultima scintilla di un antico valore, che potrebbe riscattarli da quell’esistenza di squallore.
In questa nuova epoca nella quale il futuro si mescola al presente e al passato, i due amici si ritroveranno invischiati nel perverso meccanismo del Salone dei giochi, una nuova e crudele forma di intrattenimento dove il divertimento di pochi – danarosi e senza scrupoli – si misura sulla sofferenza dei più deboli. Scopriranno a loro spese che non sono i nemici appariscenti quelli da cui devono guardarsi e che le insidie mortali si celano nei mezzi toni, nell’ambiguità e nell’indefinitezza cangiante dei chiaroscuri. In questa incerta zona di nessuno, dove ogni cosa muta e nulla può essere definito con certezza, la violenza, il pericolo, l’amore, l’amicizia e il tradimento finiranno per confondersi nel buio crudele e letale della Torre, che sarà il luogo dell’appuntamento finale con la verità, o con ciò che ne rimane: la sua ombra.

Inutile tergiversare: lasciate perdere questo post e andate a recuperare immediatamente questo romanzo.Però vi avviso: se vi avvicinate per la prima volta a Claudio e Vergy, sappiate che state entrando in un circolo vizioso che crea dipendenza.

Quello che m'inquieta di più nei romanzi di Claudio Vergnani è che la società distopica da lui descritta non si discosta molto da quella in cui stiamo vivendo. Mi è capitato più volte, durante la lettura, di perdere la bussola e di non capire dove fossi. Mi trovavo in un futuro ormai prossimo? Oppure in una realtà (neppure troppo) alternativa? Lo spettro della malsana anarchia che aleggia nelle pagine dello scrittore modenese è il frutto di un'accesa fantasia o è una cupa previsione?
Domande che mi rimbalzavano in testa quasi in modo ossessivo.
E' la peculiarità dei romanzi di Vergnani ai quali, tolto il velo della graffiante ironia e delle fulminanti battute, rimane un cuore colmo di amarezza e disillusione che, a mio avviso, non sfocia nel pessimismo ma nella triste e cruda realtà.
I protagonisti, Claudio e Vergy, sono i primi a rendersene conto e a non farsi illusioni verso cosa riserverà loro il futuro. Vivono alla giornata, o meglio sopravvivono. Reietti e poveri in canna quando potrebbero, non solo sbarcare il lunario, ma fare dei bei soldoni con conseguente bella vita, accettando incarichi mica tanto puliti.
Ma i due hanno un saldo codice deontologico. Un po' particolare a dire il vero, ma che prevede valori che sembrano ormai desueti. Lealtà e coerenza prima di tutto. L'onesta, un po' artigianale va detto, ma parliamo sempre d'integrità. Valori saldati da un'amicizia solida e quasi atavica.

La particolarità dello stile di Vergnani, contrariamente ai tempi in cui stiamo vivendo in cui la velocità sembra essere un dovere, è la calma. Nelle sue opere non si corre il rischio di essere sommersi da una caterva di avvenimenti nel giro di poche pagine. Ho l'impressione che a volte tutta questa accozzaglia di eventi sciorinata a Mach 1 sia uno stratagemma adottato dagli autori per mantenere alta la concentrazione di un pubblico sempre più distratto. Non è questo il caso, perché qui l'azione viene distribuita con sapienza e narrata con il ritmo giusto. La bravura di Vergnani sta anche in questo: dosare le parti più riflessive, oserei dire quasi intimistiche, con quelle prettamente d'azione. La cosa che adoro è il dualismo espresso dalle figure dei due protagonisti. Claudio, che subisce costantemente quello che ho battezzato come il terzo principio della psicodinamica: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Un principio che lo porta, dopo aver commesso azioni di ogni genere, a subire profonde conseguenze a livello psicologico e a porsi domande scomode a cui cerca in un modo o nell'altro di dare delle risposte. Oppure delle giustificazioni quando la risposta che ottiene non è piacevole.
Se Claudio rappresenta la fragilità, Vergy sembra essere l'opposto: una roccia inamovibile su cui tutto quello che cade dall'alto o si frantuma o scivola via.
Due esseri umani apparentemente agli antipodi che forse rappresentano le due facce della stessa medaglia la cui effige ha le fattezze dell'autore?

Claudio Vergnani: La Torre Della Ombre
Editore: Nero Press
Ebook o Edizione Cartacea con copertina flessibile
ISBN-10: 889873963X
ISBN-13: 978-8898739639


lunedì 23 gennaio 2017

L'amore, la Violenza e tutto il resto.

Questa non è una recensione.
Recensire ora i Baustelle sarebbe inutile.
In questi giorni si è detto tutto e il contrario di tutto, pure troppo. Se tu che leggi sei appassionato di musica allora sai già tutto e io non dovrei essere qui a dirti queste cose. Sarebbe solo una perdita di tempo.
Anche perché ne stanno (ancora) parlando un po' tutti. Bene, oppure male, ma non in modo neutro.
Certo, perché il gruppo di Francesco Bianconi e sodali, non ha mai accettato compromessi: o ti piace in maniera indissolubile oppure preferiresti fare lo scrub al viso con la carta vetro.
Il suono, da sempre pomposo e a tratti barocco, le voci, stupenda quella di Rachele Bastreghi e un particolare misto tra fascino e irritazione quella di Bianconi e infine i testi, a volte criptici ed ermetici, costituiscono la formula di un pop cantautoriale un po'snob (questo va detto) che in Italia non si sentiva da molto tempo. Forse proprio per questo motivo, i Baustelle stanno avendo il meritato successo. E dopo un disco che si avvicina pericolosamente allo status di capolavoro come Amen, si tratta di un successo meritatissimo.
Se non vi piacciono, L'amore e la violenza non vi farà cambiare idea, ma se li amate continuerete a farlo.
Se non li avete mai ascoltati, questo potrebbe essere il disco che fa per voi. Come quando dovete decidere se un piatto vi piace o no: assaggiate e poi decidete. Anche se, ad essere sincero, dovreste andare a recuperare il quasi capolavoro che ho citato poco fa.
Quindi, se questa non è una recensione, che cos'è?
Non è un'esca, un clickbait da quattro soldi.
Vuole essere una mera e un po' triste riflessione sullo stato delle cose nell'internetto.
Vado?
Vado!
La stampa musicale on line è alla canna del gas.
Considerazione forte, lo so. Ma quando leggi dieci recensioni e sono tutte identiche, qualche domanda te la fai.
Anzi, più che una domanda è un'affermazione: hanno copiato pedissequamente il comunicato stampa e non si sono nemmeno degnati di cambiare qualche parola.
Non do la colpa a nessuno e la do a tutti. Perché forse, ripeto forse, il redattore manco è pagato oppure è pagato una miseria e chi glielo fa fare di scrivere un pezzo ex novo? Siano lodati ora e sempre i comunicati stampa. Copia e incolla, un paio di righe di riflessioni standard, farcite di frasi fatte valide per tutte le stagioni e il problema è risolto.
Forse perché nel web 2.0 (a mio avviso una piaga, più che un'opportunità) arrivare sul pezzo per primi è più importate dell'originalità e dell'accuratezza delle cose che scrivo?
Scrivete anche porcate, basta che siate i primi.
Forse perché i lettori non prestano attenzione a quello che leggono, quando e se leggono?
Non parliamo, poi, di senso critico perché chissà dov'è finito. Il problema non è che non ci si fa più domande su quello che si ha sotto gli occhi, il problema è che non si comprende nemmeno quello che si legge.
Stiamo diventando un popolo di analfabeti funzionali.

E qui si apre la voragine, il buco nero, il maelstrom da cui emergono i cosiddetti Leoni da Tastiera che, sono pronto a mettere le mani sul fuoco, appartengono sicuramente alla categoria di personaggi di cui parlavo poco fa. E in alcuni casi non si tratta nemmeno di persone funzionali, ma di analfabeti tout court.
Sono quelli che elargiscono perle come i Baustelle fanno cagare oppure i Baustelle devono crepare, ma ce ne sarebbero anche di più coloriti e originali.
Quello che mi chiedo è: perché?
Perché, se una cosa, un artista, uno scrittore, un film, un libro, un attore, non ti piace, devi insultarlo?
Cosa guadagni, a parte sfogare le tue frustrazioni?
Non ti piacciono i Baustelle? Bene, che problema c'è? Perché perdi tempo (e lo fai perdere a chi ti legge) a insultarli? Lascia perdere e vivi sereno, il mondo è pieno di musica, libri e film che ti possono piacere.

Ho preso i Baustelle come esempio, perché sono stati gli ultimi bersagli in ordine cronologico dei cosiddetti haters, ma sono concetti applicabili a tutti coloro che si espongono. Dall'artista più famoso al blogger di periferia.
Non è certamente il web la causa di questo malessere, quando la rete non c'era, nelle chiacchiere tra amici, il questo gruppo mi fa cacare usciva puntuale e puntuale arrivava la replica con il classico non capisci un cazzo di musica. Poi si ordinava un altro giro e la querelle moriva lì.
Chiacchiere da Bar. E ho detto tutto.
Il web da un lato ha amplificato a dismisura queste chiacchiere ma ha anche amplificato la voglia di fare sterile polemica: di andare di proposito a commentare notizie e post su cose che non piacciono, coprendole d'insulti.
Il motivo, per me, rimane un mistero.

Via, portatemi via
Lontano da qui
Io non voglio più
Soffrire così
Ho perso la fede e la verginità
Buttatemi fuori dal festival

Via, portatemi via
Lontano da qui
Che non voglio più
Cantare così
Ho perso la voce e la tonalità
Vorrei ritirarmi dal festival

Via, portatemi via 
(Baustelle, Eurofestival)

mercoledì 18 gennaio 2017

Dieci Dischi per il 2016: #10 Blues Pills.

Dieci mini post per dieci dischi che hanno sonorizzato il mio 2016.
Sono quelli che ho ascoltato di più e che mi hanno regalato emozioni, quelli che mi hanno lasciato soddisfatto ad ogni ascolto e con la voglia di un nuovo ascolto. Non esiste un ordine, non c'è un peggiore e un migliore: per me sono tutti ugualmente belli.


Blues Pills: Lady in Gold.
E' stato il disco di fine estate e inizio autunno. Hard Blues suonato alla grande, con una stratosferica Elin Larsson alla voce. Nell'anno appena trascorso ho ascoltato molta musica non canonica o cosiddetta sperimentale ma ritornare alle radici è sempre bello. E a volte è anche necessario.
Le serate trascorse in terrazza a chiacchierare con il blues del gruppo svedese in sottofondo e sorseggiando una buona birra, sono uno dei ricordi più piacevoli del 2016.