giovedì 22 giugno 2017

Il Mistero della Pagina 177 e delle Sue 31 Sorelle.

Insieme ai liquidi, il caldo fa evaporare anche i pensieri. La sublimazione è improvvisa, il pensiero nasce, si plasma fino a prendere una forma di senso compiuto e poi, proprio quando si sta per consolidare, improvvisamente svanisce. Dicono che l’estate e il caldo siano belli. Forse lo sono ma a me non piacciono. O forse dovrei dire che l’estate un tempo mi piaceva, indovinate quando, e ora non più. Sopportavo il calore meglio di adesso. Lo so, sto invecchiando, ma oltre al fattore anagrafico sembra che anche il caldo sia diverso da quello di un tempo, è più umido e il sole sembra più aggressivo. Bene, concludo questo prologo con un bel: non c’è più la mezza stagione farcito con un si stava meglio quando si stava peggio.
Trattasi di una mera, banale e spudorata scusa per giustificare la latitanza sul blog. Va bene essere slow ma postare una volta a stagione forse è un po’ esagerato e sicuramente non bello. A mia discolpa, oltre all'atavica pigrizia, concorre la calura che impedisce il nascere di qualsiasi velleità intellettiva.

Anche leggere diventa difficile. Qualche pagina, la sera in terrazza prima dell’imbrunire quando qualche refolo di vento riesce ad alleviare l’afa. In questo frangente sto recuperando quei classici che, per un motivo o per l’altro, non ho mai letto. Gli ultimi sono stati La Ciociara di Moravia Una Vita Violenta di Pasolini. Al momento sono sulle pagine di Viaggio Al Termine Della Notte di Céline. Ho anche iniziato Kim di Rudyard Kipling. Ma non l’ho finito. Non perché lo trovassi ostico oppure non mi piacesse. Non mi faceva impazzire ma tutto sommato la lettura era piacevole.
E' successa una cosa strana.
Una cosa che non mi era mai capitata e che mi ha seccato non poco.
Il libro è fallato.
Si tratta di un cartaceo. Un classico carta uso mano con grammatura 80/90, barricato un decennio in una libreria di noce massiccio. Un’esplosione olfattiva senza epigoni. La noce che ha contaminato in modo benevolo le pagine è corposa ma non sovrasta gli effluvi di cellulosa che sono ancora consistenti e ne hanno sicuramente giovato. L’inchiostro, dal canto suo, pur essendo una normale vernice stradebolissima con viscosità a 25°C 6,27 poise asciugato per evaporazione, ha mantenuto negli anni la sua naturale luminosità.
Un piccolo gioiello da annusare nelle occasioni importanti.
E tra una sniffata e l’altra, impossibile resistere, inebriato dai suoi profumi mi sollazzavo con le avventure del giovane Kim.
Fino a pagina 176.
Perché voltato pagina, si è consumata la tragedia. Mi sono ritrovato a leggere dei passi che avevo già letto. Possibile che Kipling avesse fatto del mero copia/incolla per allungare il brodo? Improbabile, perché non solo le frasi erano identiche a quelle lette una manciata di pagine prima, ma Kim era addirittura ritornato indietro nel tempo. Rifaceva e diceva le stesse cose. Certo! Perché stavo rileggendo per la seconda volta quella maledetta manciata di pagine!
Da pagina 176 si ritornava misteriosamente a pagina 97 e si proseguiva per le altre successive 31 per poi riprendere a pagina 209.


Dov'era finita la pagina 177? E con lei, dov'erano finite le altre 31 che avrebbero dovuto seguirla?
Il libro era sbagliato. Probabilmente un tipografo innamorato o incazzato col capo perché non gli aveva concesso ferie o un aumento, aveva sostituito le pagine dalla 177 alla 208 con pagine già inserite, dalla 98 alla 128.
Ah sì, non posso andare in ferie? La mia vendetta calerà inesorabile sul lettore che oserà acquistare questo libro, ah ah ah!
Un errore può sempre capitare.
Ma se avessi realizzato la situazione in una circostanza normale, non solo non ne avrei fatto una tragedia, ma avrei anche trovato il lato positivo della cosa anche se ormai non avrei più potuto riportarlo indietro e cambiarlo, dal momento che è passato troppo tempo. Perché proprio questo tempo di stagionatura che ha donato colori e odori particolari, unito a questo errore tipografico, ne fanno un modello unico dal valore che non oso quantificare e che prossimamente metterò all’asta su Ebay.


Purtroppo il contesto in cui si è realizzata la quanto mai bizzarra scoperta era del tutto particolare. Mi trovavo in trasferta con un lunga, lunghissima giornata da trascorrere a fare cosa? Ad aspettare. E cosa c’è di meglio di un buon libro quando hai tante ore a disposizione? Un’altra cosa ci sarebbe, ma bisogna essere almeno in due e possibilmente in un luogo non affollato, quindi un libro in questo frangente è un vero toccasana. Specialmente se l’attesa si consuma in una piscina coperta, nel mese di giugno. Uno dei più caldi che la storia dell’umanità ricordi.
Se in questo ecosistema con temperatura di 40 gradi e umidità al 90 percento, ti ritrovi seduto in mezzo a una tizia che parla in continuazione con te, con il suo vicino, al telefono e anche da sola e un signore molto gentile ma con dei seri problemi alle ghiandole sudoripare eccrine, dire che il libro che ti sei portato è un salvagente è come dire che Shangri-La è un posto carino e tranquillo.
Capirete anche voi che in una simile circostanza, scoprire che il tuo salvagente è bucato o che a Shangri-La c’è più traffico della tratta Bologna Borgo Panigale - San Lazzaro durante la prima settimana di agosto, diventa un evento funesto che, non solo fa scendere di un gradino il lato positivo della cosa (soldi facili su ebay), ma ti dona quel tocco nichilista che un ipotetico scontro dialettico farebbe correre Nietzsche ad acchiappar farfalle nei prati canticchiando Over The Rainbow.


Se fosse stato un libro digitale l’avrebbero sicuramente sistemato nel giro di qualche giorno, si sarebbe aggiornato in automatico e molto probabilmente non me ne sarei accorto.
Sicuramente avrei trascorso una giornata meno infernale.
E’ vero, trattasi di una sterile speculazione indotta dal delirio in cui versavo in quegli attimi e va presa per quello che è, ça va sans dire.
Però…
Intanto Kim non l’ho finito e sono passato a Celine. Ma lo recupererò dalla Biblioteca Civica, anche perché odio iniziare una cosa e non portarla a termine. Specialmente i libri.
Alla fine, sapete una cosa? Gli Ebook sono pratici, economici, comodi e virtualmente esenti da difetti in quanto in continuo aggiornamento.
Ma…
…ma non potranno mai avere quel profumo nocciolato corposo.
Fatevene una ragione.

giovedì 8 giugno 2017

I miei anni ’80: una spallina sui cui piangere.

Evocato da La Nostra Libreria, che ringrazio sentitamente, emergo dall'abisso di un letargo fuori stagione per partecipare al meme lanciato dal vulcanico MikiMoz, su un tema a me molto caro: 


Infrango la regola base che prevede che io nomini altri cinque blogger, non perché mi piaccia infrangere le regole, ma perché sono un po' in ritardo e quelli che avrei voluto nominare sono già stati nominati. E poi sono sicuro che, dopo aver letto questo breve post, di questo meme ne avrete abbastanza. :-)
Pronti? Via!

Essendo un classe 1972, la decade degli anni 80 è stato il sentiero imboccato da un bambino e terminato da un adulto. Se dovessi usare una sola parola per descriverlo, sarebbe sicuramente: colorato.
Le tinte fluo, i capelli cotonati e gli abiti oversize con abbinamenti cromatici da codice penale e i suoni saturi e sintetici con le drum machines a dettare ritmi che sembravano provenire da una pentola tartassata senza ritegno. Potrei continuare ancora per molto tempo. Le giacche con le spalline da fare invidia a Robocop. Gli scaldamuscoli, caspita, li stavo dimenticando insieme ai paraorecchie pelosi.
Oltre all'esagerazione cromatica, ciò che li ha resi davvero indimenticabili è stata la continua scoperta di cose nuove. Cose mai viste, mai sentite e mai provate.
Non voglio essere noioso e sbrodolare un elenco di film, libri e dischi che avrete sicuramente letto nei blog coinvolti in questo meme, perché in quegli anni sono uscite cose che hanno veramente fatto la differenza e sono rimaste nel cuore di chi le ha vissute, quindi mi limiterò a citarne un massimo di tre o quattro per tipo, anche se la scelta è stata molto difficile.
Hey Ho, Let's Go!


Qui ho dovuto compiere le scelte più dolorose perché la Musica, che da sempre accompagna la mia vita, in quella decade è stata una continua fonte di stupore. Il costante scoprire nuove canzoni, nuovi gruppi e nuovi generi, oltre al fascino della scoperta in sé, che in un animo curioso come il mio è pane, era qualcosa che andava oltre il semplice passatempo. Era qualcosa (e ancora oggi lo è) che ti portavi dentro e che permeava le tue giornate. Le canzoni entravano a far parte della tua vita perché erano il sottofondo alle chiacchiere con gli amici, alle confidenze, alle confessioni e ai pettegolezzi. Erano lì a farti compagnia quando ti sentivi dannatamente solo perché tutti i tuoi amici erano al mare e tu al mare non ci andavi. Così trascorrevi le giornate, lunghe, lunghissime, eterne, a consumare i pochi nastri che avevi o a fare zapping radiofonico sperando di trovare qualche trasmissione o qualche canzone che ti facesse uscire dal tedio che ammorbava anche le emozioni. Le canzoni erano lì con te quando ti sentivi una merda perché c'era quella ragazzina che ti piaceva da morire e tu, non solo non osavi nemmeno salutare, ma addirittura cercavi di evitare perché ti sentivi goffo e inadeguato. Ti sentivi e ti vedevi brutto. Orrendo. E lei, mai e poi mai avrebbe mostrato un minimo interesse nei tuoi confronti. Tu, miserevole essere dalle sembianze antropomorfe, ti rintanavi nella tua cameretta a guardare il soffitto oppure fuori dalla finestra ascoltando a ripetizione Carless Whisper o Save a Prayer, sempre con il suo volto negli occhi. C'erano ancora le canzoni quando andavi alle feste e allora le feste avevano un senso ed erano importanti, non c'è bisogno che ve lo spieghi.
La musica c'era sempre, fin da piccolino con la tua mamma che lavorava a casa, cucendo a macchina tutto il giorno con la radio accesa. Perché a tua mamma piaceva la musica e ti ha trasmesso la sua passione. La Radio allora era molto diversa e trasmetteva dagli Abba agli ZZ Top a discrezione dei gusti dei deejay e non secondo mere logiche di marketing dettate da un ufficio programmazione che nemmeno esisteva.
In questo modo ho imparato ad amare la musica. Tutta. Certi generi più di altri, è naturale, ma il crescere senza barriere mentali mi ha permesso di goderne appieno. Per questo motivo è difficilissimo fare una scelta, perché se dipendesse da me, in questo elenco metterei mezzo mondo. Mi limito a citare i tre gruppi che per motivi diversi hanno rappresentato tre tappe fondamentali in quegli anni.
I Duran Duran. Non mi sono mai vergognato di ammettere la mia passione nei loro confronti. Sono stato preso in giro e perculato anche pesantemente ma non mi sono mai tirato indietro. Quando si è ragazzini certe prese in giro, che col senno di poi sono poca cosa, assumono dimensioni colossali e possono farti stare molto male.  All'epoca erano considerati, dai soliti snob, niente di più che una boy band senza spessore che produceva canzonette sciape adatte a ragazzine urlanti. A parte il fatto che anche se fosse stato effettivamente così, un bel chi se ne frega ci sarebbe stato bene, il tempo ha restituito il maltolto e li ha consacrati per quello che sono sempre stati: un grandissimo gruppo.
Li conobbi proprio grazie a una di quelle ragazzine urlanti che era tanto carina e mi piaceva un sacco. Un po' per farmi bello ai suoi occhi (impresa invero molto ardua) mi misi anch'io ad ascoltarli. Di lei ho perso le tracce. I Duran invece sono rimasti.

Quello che sto per scrivere, ai profani sembrerà un'esagerazione. Un'iperbole atta a dare più atmosfera al post. Posso assicurare che non è così. Anzi, credo di non essere così bravo e le mie parole non riusciranno a far trasparire quello che gli Iron Maiden hanno rappresentano e hanno contribuito a creare nella mia vita. Perché sono il gruppo che le ha dato una svolta e l'ha cambiata. 1986. Un giorno, un mio compagno di scuola mi chiese: --Ti piacciono gli Iron Maiden? -- ed io candido risposi: --Non li ho mai ascoltati. Sono quelli coi i teschi in copertina, vero?-- --Sì, sono loro. Oggi ti faccio una cassetta e domani te la porto.-- Il giorno dopo me la portò davvero e quando arrivai a casa, invece di studiare (per quello non c'era mai tempo), mi fiondai in cameretta e misi su il nastro. Quando partirono le prime note di Somewhere In Time persi la ragione. No. Non è vero. Un barlume di lucidità rimase perché capii che da quel momento avei dovuto assolutamente recuperare tutto il possibile degli Iron Maiden, che facevano Heavy Metal, un genere che non conoscevi ma che stavi imparando ad amare e allora ti ci dovevi buttare a bomba. Ascoltai quella cassetta tutto il giorno. Era la copia di una copia di un vinile e si sentiva malissimo di suo, figuriamoci sul mio registratore portatile mono.
Se fino ad allora la musica era stata importante, da quel giorno diventò fondamentale. Mi portò letteralmente a costringere i miei genitori a comprare un impianto stereo, con il giradischi naturalmente. Cambiai look (indovinate quale?) causando non pochi dispiaceri genitoriali (possibile che tu debba andare in giro conciato in quel modo?) e condizionando, volontariamente e non, le mie amicizie. Nuovi amici con la stessa passione entrarono a far parte della mia vita ma qualcuno se ne andò. Sembra strano, ma si potevano perdere gli amici anche a causa della musica che ascoltavi, oppure potevi anche prendere qualche legnata a causa della maglietta che indossavi. Da quel giorno e anche grazie agli Iron Maiden, iniziarono gli anni più belli di quella decade e forse di tutta la mia vita.
Ho ancora quella cassetta: una Sony HF da 90 minuti con Somewhere In Time e alcune parti di Live After Death. La custodisco come una reliquia.

Verso la fine del decennio entrò a far parte della mia vita uno dei gruppi più bistrattati nella storia della musica: i Blue Oyster Cult. Praticamente sconosciuti in Italia, a parte il solito manipolo di appassionati, i BOC hanno pubblicato a partire dall'inizio degli anni 70 una sequela di dischi fantastici di un rock duro ma molto melodico e a tinte cupe in cui i testi colti e ricchi di riferimenti spaziano dall'esoterismo alle motociclette e dalla fantascienza all'horror. Autori di un concept che si dipana in oltre vent'anni di musica, hanno influenzato una miriade di gruppi diventati molto più famosi di loro. E qui mi fermo perché non è mia intenzione mettermi a fare il docente di storia del rock.
Li conobbi per caso, la solita cassetta prestata da un amico, e anche con loro fu amore a primo udito (!). Un gruppo misterioso, dalle copertine criptiche e piene di strani riferimenti con una musica sempre velata di buio. I testi delle canzoni non erano presenti nei dischi, se li volevi dovevi scrivere a una casella postale di New York (città da cui provenivano) mandando i francobolli per la risposta e loro te li avrebbero spediti. Ma io non mi fidavo, perché un po' m'inquietavano, così passai le notti a cercare di decifrarli ascoltando e riascoltando le loro canzoni. Mi ci vollero anni per completare la loro discografia in vinile, risparmiando all'inverosimile.



Fumetti furono un'altra tappa fondamentale nella mia crescita. Li ho sempre amati e continuo tuttora.
Conobbi Topolino negli anni 70 grazie alla generosità di un parente che me ne regalò un paio di annate. Ero così contento ed emozionato che non riuscii nemmeno a ringraziarlo. Li ho letteralmente consumati. Letti e riletti a tal punto che i numeri più gettonati avevano i lati delle pagine trasparenti. Topolino e soprattutto Paperino, il mio preferito, mi hanno fatto compagnia nelle calde giornate estive che trascorrevo da solo, quando tutti erano in vacanza. E' stato importante. Anche negli anni 90, almeno fino alla metà, è stato un appuntamento settimanale imprescindibile.

Un autore che ha marcato indelebilmente la mia adolescenza è stato Bonvi. Un genio che ho conosciuto grazie a mio padre a cui piacevano le Sturmtruppen. La sgangherata cricca tedesca, non solo mi ha fatto sbellicare dalle risate ma ha permesso che conoscessi il grande talento di un autore che ci ha lasciato troppo presto. Da allora ho recuperato quasi tutta la sua produzione che adoro incondizionatamente. Ma le Sturmtruppen, anche per motivi nostalgici, rimangono le mie preferite.

Poi è arrivato Dylan Dog. Fino ad allora c'era Zagor, che scroccavo o compravo quando qualche titolo solleticava la mia curiosità, soprattutto quando doveva vedersela contro qualche mostro o alieno.
Quando l'indagatore dell'incubo arrivò in edicola lo snobbai perché credevo, erroneamente, che non valesse la pena. I soldi erano risicati e si dovevano fare continuamente delle scelte sacrificando alcune cose. Il fatto che a naso Dylan non mi ispirasse, mi fece propendere per dirigere le mie spese verso altro. Recuperato in fretta e furia l'anno seguente la sua prima uscita, da allora, fino a qualche anno fa, sono stato un suo fedele lettore. Per quanto possa sembrare stupido (o patetico) Dylan mi ha aiutato a barcamenarmi in un'annata particolarmente difficile e pesante degli anni 90. Per non pensare, tutti i pomeriggi mi tuffavo nella lettura dei suoi albi e per qualche ora le cose andavano meglio.



Anche i Programmi Tv hanno avuto un ruolo importante. Non erano tutte rose ma la quantità d'immondizia trasmessa era nettamente inferiore a quella odierna. Il modo di fare televisione era molto diverso, i toni erano pacati, quasi delicati e le caciare erano ancora lontane.
Mister Fantasy è stato una vera e propria rivoluzione.
Andava in onda in seconda serata su Rai Uno. Iniziava verso la fine della scuola (maggio, credo) e proseguiva fino a luglio. Le prime puntate non potevo vederle perché dovevo andare a dormire presto, con la scuola non si scherza, ma quando c'erano le vacanze, dopo aver scorrazzato in cortile fino alle undici, mi sedevo eccitatissimo con l'immancabile ghiacciolo a guardare quel signore vestito di bianco in uno studio completamente bianco che parlava di musica. Non capivo tutto quello che diceva ma aveva un modo di fare che mi ammaliava e mi teneva inchiodato allo schermo. Soprattutto adoravo i video musicali che guardavo letteralmente a bocca aperta. Prima di Carlo Massarini e Mister Fantasy non si era mai vista la musica in tv in quella maniera.

Ce n'era molta di musica in tv e D.O.C.: Musica e Altro a Denominazione d'Origine Controllata è stata una vera e propria pietra miliare in materia. Blues, Soul, Jazz e Rock suonati dal vivo e trasmessi in fascia pomeridiana sul secondo canale della rete nazionale. Succedesse oggi sarebbe definito come esperimento coraggioso e seguito da quattro mosche. Non durerebbe una settimana. All'epoca era la normalità. Un programma che mi ha fatto conoscere artisti che non avrei ascoltato di mia sponte e se non fosse stato per Renzo Arbore e Gegé Telesforo i miei orizzonti musicali sarebbero ancora molto limitati.

E poi Indietro Tutta. Una forma di comicità ormai lontana che forse oggi i giovani farebbero fatica ad apprezzare. Il gusto per l'improvvisazione, il nonsense e il calembour della ditta Arbore e  Soci, raggiunse un livello che a mio avviso nessuno è ancora riuscito a eguagliare. Visto insieme agli amici (organizzavamo serate apposite) era divertimento allo stato puro.
Fuori classifica: Giochi Senza Frontiere. Ha segnato i primi anni e gli ultimi della decade. Trasmesso durante il periodo estivo, riusciva nella non facile impresa di svuotare le strade, roba da finale dei mondiali di calcio. Noi ragazzini aspettavamo con ansia il mercoledì sera (se non ricordo male) per vedere i giochi per i quali rinunciavamo perfino a scendere in cortile.



Non ci eravamo ancora ripresi dallo stordimento e dalla meraviglia di Goldrake che dal Giappone arrivò una vera e propria invasione di Cartoni Animati. Inutile elencarli tutti, ma tra i tanti metterei al primo posto, senza dubbio alcuno: Gigi La Trottola. L'ho adorato così tanto da recuperare (svenandomi) la serie completa del manga. Dopo l'indigestione di robottoni, iniziata alla fine degli anni 70, approda anche in Italia una serie di anime dal contenuto surreale e a tratti demenziale. Dasshu Kappei è uno di questi. Italianizzato in Gigi La Trottola, il nanerottolo che eccelle in qualsiasi sport, è stato uno dei miei cartoni animati preferiti. In primis perché non era particolarmente serioso e trattava lo sport non come una questione di vita o di morte diluendo ogni incontro o partita in puntate che duravano una settimana, ma era cazzeggio allo stato puro, mero pretesto per baccagliare le ragazze. E poi perché mi faceva ridere a manetta.

Altro anime demenziale che ho amato è stato Pollon. Sono Apollo e Mi Trastullo Vado a Zonzo e Faccio il Bullo. Come poter resistere a una cosa simile? Ci fossero stati i cellulari avrei sicuramente messo la canzoncina cantata dal dio Apollo come suoneria. Gli dei della mitologia greca dipinti alla stregua di esseri bislacchi e completamente fuori di testa. Impossibile non amarlo.

Poi è arrivato lui: Ken il Guerriero. Un cartone animato con teste e corpi che esplodono trasmesso all'ora di merenda. Serve altro?
 


Il primo incontro con un Film horror è stato con The Fog. Supplicai i miei genitori di poter vedere per la prima volta un film di paura. Lo facemmo insieme ed io riuscii ad arrivare fino alla scena della macchina (quando la protagonista è circondata dai morti viventi). Non riuscii ad andare oltre e naturalmente quella notte non dormii. Le notti successive furono anch'esse travagliate, popolate da veglie inquiete e incubi. Nonostante questo, il fascino della paura era più forte e qualche tempo dopo, non solo riuscii a finirlo, ma mi tuffai a bomba nell'orrore. E mastro Carpenter è sempre rimasto nel cuore.

I film con Bud Spencer e Terence Hill sono stati una vera e propria istituzione e hanno forgiato l'infanzia e l'adolescenza di chissà quante persone. Compresa la mia. Se da mia madre ereditai la passione per la musica, da mio padre presi quella per il cinema. Clint Eastwood, Yul Brinner, Charlton Heston, Steve McQueen e Charles Bronson erano i suoi eroi e ben presto divennero i miei. Ho perso il conto di quante volte abbiamo visto insieme la Trilogia del Dollaro di Sergio Leone recitando a memoria interi dialoghi. Per non parlare dell'ispettore Callaghan e del Giustiziere della Notte. E poi c'era John Wayne che negli occhi di una ragazzino incarnava il cowboy perfetto, integerrimo, senza macchia e paura. Non solo azione ma anche le commedie, quelle con Jerry Lewis e Luis de Funès e i nostrani Bud Spencer e Terence Hill. Proprio questi ultimi sono quelli che porto dentro con più affetto perché hanno segnato una tappa importante nella mia vita di bambino: andare al cinema con papà. Quando usciva un film con Bud, la domenica pomeriggio, il primo spettacolo era d'obbligo e quasi sempre ci si fermava anche per il secondo perché mica eri obbligato ad uscire alla fine del film e potevi vederlo anche due o tre volte. Il bello è che alla seconda visione si rideva come alla prima. Tra i ricordi più belli della mia infanzia.

Infine The Goonies. Far parte di una banda era una ficata. Ne fondammo una pure noi, la chiamammo La Banda dell'Aquila. Avevamo anche le magliette con tanto di logo: un'aquila stilizzata fatta con il pennarello. Il più bravo di noi a disegnare aveva fatto quello che poteva e anche se il risultato era molto lontano dal nostro obiettivo, più che un'aquila sembrava un pollo spennacchiato, ci sentivamo troppo cool! Cosa facevamo? Assolutamente nulla, ci limitavamo ad indossare con orgoglio le nostre magliette e ritrovarci sotto casa a giocare oppure, ficata massima, inforcare le bici e andare in campagna a esplorare posti che ancora non conoscevamo. Cose normalissime, che facevano tutti, ma farle sapendo di essere in una banda le rendeva più affascinanti e speciali. Per questo motivo, quando vidi per la prima volta i Goonies (e quando lessi Stand By Me di Stephen King), me ne innamorai all'istante. Il film di Richard Donner incarna alla perfezione il senso di amicizia e di appartenenza ad un gruppo insieme all'intramontabile fascino e meraviglia della scoperta.



Odiati da piccolo e (ri)scoperti in età preadolescenziale i Libri che ho letto negli anni ottanta non sono stati numerosi ma hanno lasciato il segno. 
Tra di essi Marcovaldo. Ovvero Le Stagioni In Città è stata una lettura fondamentale. I venti racconti di Italo Calvino che hanno come protagonista lo stralunato Marcovaldo sono stati la porta d'ingresso in quel meraviglioso universo che è la letteratura. E' stato il libro che mi ha fatto capire che leggere non era solo un obbligo scolastico ma poteva essere anche un piacere. Calvino mi ha permesso di entrare in un mondo che a distanza di oltre trent'anni continua ancora a stupirmi. Per la cronaca, il mio preferito tra i racconti è Luna e Gnac.
Il fascino della paura non ha contaminato solo i miei gusti cinematografici ma anche quelli letterari. Se con Carpenter avevo imparato ad amare le immagini (e i suoni) con H.P.Lovecraft imparai ad amare le parole grazie a una pionieristica antologia dei suoi racconti curata da Carlo Fruttero e Franco Lucentini: I Mostri all'Angolo della Strada. Oltre al titolo, non avevo potuto rimanere indifferente di fronte alla stupenda e inquietante copertina di Karel Thole e presi in prestito il prezioso tomo dalla biblioteca civica che già all'epoca era discretamente fornita di opere di Poe e King.


Ricordo ancora perfettamente la prima lettura. D'inverno mi piaceva leggere sdraiato sul letto e quando lo studio lo permetteva, trascorrevo parecchie ore sotto la coperta di lana ricamata da mia nonna (altro carissimo ricordo di quegli anni) a leggere. Fu durante uno di quei pomeriggi che lessi per la prima volta la roba di paura di Lovecraft. E se già Dagon e Il Richiamo di Cthulhu mi avevano reso un po' inquieto, il Colore Venuto Dallo Spazio e soprattutto L'Orrore Di Dunwich mi provocarono non pochi brividi. Tanto da interrompere la lettura perché si stava avvicinando l'imbrunire e non avevo molta voglia di stare da solo nella mia camera in compagnia delle tenebre e di chi le abita. Divorai quel libro. Ma solo alla luce del sole.

Nel 1988, a quasi un anno dalla sua uscita in Italia, lessi It di Stephen King. Era estate e mi prese talmente che la sua lettura divenne un piacevole lavoro. Mi alzavo, leggevo, pranzavo, leggevo, cenavo, uscivo (eh no! A sedici anni, in estate, la sera non si sta a casa a leggere), rientravo e leggevo ancora qualche pagina prima di dormire. Tanta fu l'esaltazione durante la lettura che il finale mi lasciò a dir poco perplesso se non deluso. Comunque non intaccò (forse poco) un'opera che per me è diventata un classico intramontabile e che ha fatto parte di un'estate, quella del 1988, tra le più belle della mia vita.



Il Gioco è sempre stato importante. Lo è ancora adesso anche se, a detta dei soliti esperti, per certe cose non ho più l'età. Quando ce l'avevo, Nascondino era il mio gioco preferito. Fin da piccolino ha esercitato su di me il suo fascino che si è protratto fino all'età adulta: avevamo quasi diciotto anni e ci giocavamo ancora, la sera, perché col buio era più fico.
Poi c'è stato l'Hockey. Ad un mio amico regalarono un set completo: mazze rosse e blu, palline di spugna e due porte in legno della lunghezza di un metro con tanto di rete. D'estate le piazzavamo in cortile e ci scassavamo di partite per tutto il giorno.
Quando pioveva o faceva freddo, oppure si era solo stanchi e non si aveva più voglia di sudare, era l'ora dei giochi in scatola. Non è che ne possedessimo molti, Indovina Chi, Monopoli, che non ho mai amato particolarmente e Risiko. Ho giocato così tanto a Risiko che ora ho come una crisi di rigetto. Non lo posso più vedere.

Ma quello che fece veramente il botto in quegli anni furono i Videogames.
Il Vectrex mi fu regalato il Natale di prima media, nella prima metà degli anni 80. Era una consolle a 8 bit che non si attaccava al televisore, perché era lei il televisore. Aveva incorporato un gioco tipo Asteroid e poi potevi comprare le cartucce con altri giochi. Fare il conto delle ore trascorse con l'adorato Vectrex è impossibile. Ce l'ho ancora, funzionante e nella sua scatola originale: una vera reliquia. Come ho ancora, sempre funzionante e nella sua scatolona rettangolare il mitico Commodore 64. Regalo per la Cresima, è stato l'oppio videoludico di una generazione. Le cassette (il floppy era troppo caro), comprate in edicola e le ore ed ore trascorse ad aspettare il caricamento di giochi che ancora oggi, a distanza siderale, hanno mantenuto inalterato il loro fascino: Zaxxon, Pitfall, Spy Vs Spy, The Way Of Exploding Fist, per citarne alcuni.
Poi c'erano i giochi del bar, quelli che avevano una grafica spettacolare e ti facevano scialacquare i risparmi destinati all'università. Se non mi sono laureato la colpa è esclusivamente di Ghosts'n'Goblin. Non voglio pensare a quanti 200 lire ho lasciato in quella dannata macchinetta e senza riuscire a finirlo. Ma qualcuno c'è riuscito?



Infine, la vita vissuta. La fine della scuola elementare e l'inizio di tre fantastici anni di scuola media, nei quali non è che pensassi poi molto allo studio perché ero il classico va bene ma potrebbe fare molto di più. Fu proprio durante questi anni che arrivò inaspettato il primo bacio. Un episodio rocambolesco, degno di una slapstick comedy, che mi vide vittima di una ragazzina molto intraprendente, durante un intervallo movimentato, in cui stava succedendo di tutto. Rimasi letteralmente senza fiato e scoprii che, tutto sommato, baciarsi non era affatto male. Fino ad allora l'altro sesso era roba aliena e da tenere possibilmente a distanza. Sempre alle medie arrivò anche il primo amore, quello che non ti fa dormire, che ti fa nascere le farfalle nello stomaco. La dura prova di coraggio nel dichiararsi (con un bigliettino, naturalmente) e la gioia quando leggi la risposta affermativa (con un bigliettino, naturalmente) E poi il primo appuntamento che mandi clamorosamente a monte perché devi passare a chiamarla a casa, e a casa ci sono i suoi genitori e tu ne sei terrorizzato.
Poi c'è l'incontro con la realtà, la cronaca. Quella cruda, dura e che non guarda in faccia nessuno e se lo fa è solo per prenderti a sberle. La mia generazione è cresciuta ancora con l'incubo della guerra nucleare. La guerra fredda aveva raggiunto il suo apice e i tempi del disgelo erano ancora lontani. Nella fantasia di un ragazzino le parole termonucleare e atomico creavano un'inquietudine che raggiunse un livello prossimo alla paura dopo quello che accadde il 26 aprile del 1986 a Černobyl. Scoprimmo dell'incidente alla centrale nucleare qualche giorno dopo. Ricordo che eravamo a scuola e le lezioni furono interrotte per qualche minuto. E ricordo che nonostante le parole rassicuranti dei professori, a sentire la frase è esploso un reattore nucleare in Russia, quasi mi cacai sotto. E anche i miei compagni non furono da meno, perché l'intera classe si chiuse in un silenzio anomalo e negli occhi dei miei compagni, dai volti stranamente pallidi, c'era la mia stessa espressione di preoccupazione e paura. Il fatto che le autorità avessero vietato il consumo di latte e verdure fresche non fece che accrescere la nostra ansia. Fu la prima volta che un evento di cronaca irruppe nelle nostre vite fino ad allora immacolate.
Gli anni della scuola superiore sono stati incredibili. Fantastici. Le prime vacanze da solo, le ragazze, gli amici, le prime sigarette e le prime birre, fumate e bevute di nascosto. Ricordi allegri, dolci e ancora vivi nonostante sia trascorso troppo tempo.
Quando avevo 17 anni, nell'aprile del 1989 scoppiò a Pechino la protesta di Piazza Tienanmen. Eravamo studenti adolescenti in piena fase di ribellione verso tutto e tutti, compresi noi stessi e vedere quella piazza colma di studenti e lavoratori che protestavano contro un regime duro e oppressivo ci gasava. Guardavamo all'oriente con un misto di curiosità e orgoglio per quella gente pacifica che chiedeva solamente di vivere meglio. E nel nostro miscuglio di emozioni non ben definite, ci furono anche rabbia e lacrime per la dura repressione a cui furono sottoposti. Ma quando vedemmo le immagini del Rivoltoso Sconosciuto che, da solo e disarmato, riesce a fermare una colonna di tank, restammo tutti senza parole. Per qualche tempo, grazie a quelle immagini e a una foto ormai diventata storia, pensammo che il mondo sarebbe diventato un posto migliore.
Eravamo giovani e ingenui.

lunedì 10 aprile 2017

La Macabra Moka: Tubo Catodico e Ammazzacaffè.

Cuneo e la sua provincia non sono famose per la cosiddetta movida. Anche perché da queste parti è più facile incrociare un chupacabra che imbattersi in una movida. I coraggiosi tentativi di rendere un po' più gioiosa la noiosa vita di provincia molte volte, quando non vengono stroncati sul nascere, sono osteggiati dall'esercito di omini grigi che al grido di qui c'è gente che domani va a lavorare, non ci pensa due volte a chiamare le forze dell'ordine al minino rumore fuori scala dopo le 22.
In questa triste realtà è difficile pensare che esista un manipolo di temerari che, non solo vogliono divertirsi, ma che addirittura suonano il rock. Quello tosto, duro e bello peso.
Va bene, vi fermo subito, ci sono i Marlene Kuntz. Ma arrivano da un'epoca diversa. Un'epoca ormai lontana in cui si organizzavano ancora i concerti in piazza e che duravano fino a tarda ora. Un tempo in cui anche chi non sopportava il rumore si limitava a scuotere la testa mormorando un si giuvu ('sti giovani, in piemontese) e se ne andava. Magari accennava anche un sorriso. Ma tutte le cose passano, i tempi cambiano e non è detto che lo facciano in meglio.
Da queste parti in questi tristi giorni di concerti se ne vedono pochi.
Ma c'è chi lotta. Un movimento sotterraneo che cerca di scuotere le fondamenta a suon di mazzate rock. Tra di essi La Macabra Moka.
Dopo il demo Espresso del 2011 e il primo album Ammazzacaffè del 2014, è uscito in questi giorni il nuovo lavoro: Tubo Catodico.
Sapete che non mi piace dilungarmi in (inutili) presentazioni, divagazioni e arzigogoli per allungare la minestra e quindi veniamo subito al sodo. La Macabra Moka è rabbia alla stato puro. Ma non si tratta di una rabbia incontrollata, di quelle che spaccano tutto senza guardare chi o cosa capita a tiro come un mero Berserkr. Qui ci troviamo al cospetto di un pugile che si è svegliato male e che non vede l'ora di riempirti di mazzate. Ma con metodo. Prima ti lavora ai fianchi, massacrando i reni, poi si trastulla un po' con lo stomaco, lasciandoti senza fiato e con il gusto acido di bile in bocca. Ti serve poi una quadriglia di ganci, giusto per regalarti un lifting e completa l'opera con un uppercut che ti manda dritto a letto rimboccandoti le coperte. E quando ti svegli, ti chiedi sotto quale intercity sei finito.
Rimanendo in ambito pugilistico, Ammazzacaffè è la parte preparatoria, il lavoro ai fianchi mentre Tubo Catodico è la gragnuola di colpi che ti stende.
Per i patiti dei paragoni, non credo di commettere un peccato affermando che l'influenza dei nostri vada ricercata, oltre che nei già citati Marlene, negli Afterhours più incazzati, nel Teatro Degli Orrori e, nelle parti più morbide, nei Ministri. Citare i CCCP non sarebbe un azzardo anche se sono seppelliti sotto un muro di suono che raggiunge il livello di uno Stoner Rock neppure troppo velatamente di matrice Kyuss. E se dovessimo per forza indicare un'ulteriore fonte estera, direi sicuramente i Foo Fighters, non quelli pop ma quelli più massicci, naturalmente.
Il tutto condito dall'italico idioma, con buona pace dell'esterofilia galoppante. Perché anche in Italia, anche a Cuneo, quando c'incazziamo, lo facciamo come si deve.

P.S.
E noi di Cuneo siamo anche generosi, perché potete scaricare entrambi i dischi gratis. :-)

La Macabra Moka è su:
Facebook
Tubo
Bandcamp
Soundcloud
Instagram

venerdì 31 marzo 2017

Una Moda Mai Fuori Moda.

Chissà se i Depeche Mode quando pubblicarono il loro primo pezzo, Photographic, all'interno della compilation Some Bizarre, verso la fine del 1980 immaginavano di raggiungere il successo.
Sicuramente, come tutti i ragazzi che mettono su un gruppo, lo speravano.
Chissà quali espressioni si sarebbero dipinte sui loro imberbi volti, se qualcuno gli avesse detto che non solo avrebbero raggiunto un successo stratosferico, ma che avrebbero addirittura cavalcato la cresta dell'onda anche quarant'anni dopo la loro nascita.
Alti e bassi nella loro lunga carriera ci sono stati. Non essere sempre al massimo è fisiologico, specialmente in un lasso di tempo così ampio. Non puoi essere costantemente a quel livello. Se lo fossi, non saresti un essere umano. E ciò che mi fa propendere per la non umanità dei DM è che anche nei momenti di crisi, lo standard della loro musica non è mai sceso fino alla sufficienza o alla mediocrità. Sono come il compagno di scuola secchione o il genio di turno il cui voto più basso della sua carriera scolastica è un otto. E magari pure lo schifa, mentre tu faresti un patto con satanasso in persona per prenderne almeno uno.
Spirit, il nuovo disco, è qui per dimostrarlo. Anche quando la premiata ditta si limita a fare il compitino, questo è sempre al di sopra degli standard.
Non ci troviamo al cospetto di un capolavoro ma è, al solito, un ottimo disco. Un disco dei DM.
E il primo singolo, Where's The Revolution è già un piccolo classico.

In una serata tra rockettari e quindi poco avvezzi a discernere di pop mainstream, la conversazione è cascata proprio su di loro. Quel giorno usciva il nuovo lavoro e tutti, anche i più intransigenti tra di noi, hanno concordato sul fatto che: questi da quarant'anni non sbagliano un colpo.
Possono non piacere ma converrete con me che nel loro genere non hanno eguali.
Sono unici.
Non sono la persona più attendibile per parlare di Gahan, Gore e Fletcher. Non posso esprimere un giudizio obiettivo, perché quando un gruppo ti piace (tanto), l'imparzialità va a farsi benedire. E anche un disco bruttino magari te lo fai piacere e cerchi di trovare del buono anche dove non c'è. Non che qui sia necessario, per carità.
D'altronde che cosa pretendete da uno che giocava con i soldatini canticchiando Just Can't Get Enough? Da uno che nella diatriba tra Duran Duran e Spandau Ballet, non solo si ergeva a novella Svizzera ma cercava d'imporre la Moda. E veniva prontamente sfanculato.
Nel biennio 83-84, Construction Time Again e Some Great Reward contenevano robetta tipo Everything Counts, People Are People e Master And Servant. Se la giocarono con colossi come Seven And The Ragged Tiger, Arena con un asso pigliatutto come Wild Boys dal lato Duran, True e Parade lato Spandau e non ne uscirono sconfitti.
E poi dice che uno è nostalgico...

Ma allora eri un ragazzino così carino e certi gruppi potevano essere un incidente di percorso. Quanti metallari hanno ammesso che in gioventù, prima di essere folgorati dal sacro verbo del metallo, ancheggiavano con gli Wham! tra spalline alla Robocop e pantaloni con le pinces? Per poi redimersi e nascondere agli amici l'increscioso peccato di gioventù?
Io ero tra quelli e rinnegai immediatamente i miei trascorsi new romantic quando rimasi sconvolto dall'ascolto casuale di un pezzo degli Iron Maiden. Ripudiai immediatamente tutto ciò che suonava anche solo vagamente pop oppure non contenesse una chitarra elettrica distorta a manetta.
Abiurai in nome del metallo i Duran Duran, gli Wham!, i Tears For Fears, i Simple Minds e perfino gli U2 e Bowie, ma non i Depeche Mode.
Su di loro sono sempre stato intransigente e non li ho mai abbandonati anche a costo di essere perculato pesantemente dalla compagnia. Allora la musica era considerata roba seria; a causa dei propri gusti musicali si potevano perdere amicizie, se questi erano considerati non ortodossi. E si potevano prendere anche delle grosse sberle!
Ma i Depeche non li ho mai traditi.
Poi siamo cresciuti e forse maturati. Il passato, da prossimo è diventato remoto e la nostalgia l'ha fatto riaffiorare. Quegli ascolti inconfessabili sono emersi e tornati finalmente alla luce. Durante queste sedute anche i fruitori di suoni generati da schiere infernali con la luna storta hanno confessato che, se non di proprio amore, un'infatuazione per i Depeche Mode c'è sempre stata e continua anche oggi.
Un successo meritato e imperituro che sembra non conoscere fine. Dave Gahan e soci continuano ad essere il gazzettino di una moda che non passa mai di moda.
Chapeau.

P.S.
Dave Gahan... Uno dei pochi a poter dire: io, una volta, sono morto.

martedì 14 marzo 2017

Vogliamo Tutto e lo Vogliamo Subito.

Così cantavano i Queen, i Muse e i Rise Against, e chissà quanti altri.
Vogliamo tutto e subito: un velleitario e ingenuo slogan nato durante il movimento studentesco del 1968 che con il passare del tempo si è trasformato. Paradossalmente da motto anti sistema è diventato un motto del sistema. Sì, perché a pensarci bene, quello che era usato dagli studenti per reclamare le riforme e il cambiamento di un apparato già all'epoca considerato obsoleto e farraginoso, è diventato poco alla volta l'occulto mantra che sta condizionando pesantemente il nostro stile di vita.

Vogliamo di tutto, non solo i beni cosiddetti necessari, ma la bramosia del possesso (la roba di verghiana memoria) ci sta portando a consumare prodotti su prodotti di cui potremmo fare a meno e non sentiremmo la mancanza. D'altronde, se una società si basa sul consumo non è che le cose possano andare diversamente. A questa smodata e malsana voglia di possesso, negli ultimi anni si è affacciato e poi consolidato quello che a prima vista può sembrare un valore aggiunto ma che, a pensarci bene, non lo è affatto: il subito.
Dobbiamo avere l'ultimo modello iPhone prima degli altri e siamo addirittura disposti ad accamparci fuori dal negozi. Se ordiniamo un prodotto on line lo vogliamo in giornata, in alcuni casi nel giro di poche ore. Poco importa se il libro che abbiamo ordinato poi finirà nella pila dei libri da leggere e lì rimarrà per dei mesi.
Subito, ora, adesso.
E chi non è in grado di fornire un servizio ultra rapido ha vita breve.
Abbiamo davvero tutta questa urgenza?
Il tutto e subito sta cambiando il nostro stile di vita. E lo sta cambiando in peggio. Chi ha a che fare con questo sistema per lavoro (e poco alla volta tutti i fortunati che un lavoro ancora ce l'hanno dovranno farci i conti) sa di cosa parlo. Qualsiasi richiesta dev'essere evasa immediatamente e in maniera veloce. E il preoccupante paradosso è che si sta arrivando al punto che la velocità sta divorando la qualità. Non è importante che sia fatto bene ma che sia fatto in breve tempo. Scommetto che qualcuno ha già sentito questo assurdo assioma, figlio di questi tristi giorni.

E la vita del cosiddetto Popolo della Rete (ragazzi, che cosa lacrimevole) è l'emblema di questo stile di vita. Il live fast, die young 2.0 sta raggiungendo, attraverso i Social Network, un ritmo assurdo. Notizie che appena nascono sono già vecchie, morte. Un bombardamento continuo di news vere o farlocche che si accavallano o addirittura si mescolano rendendo quasi impossibile distinguerle, meme e post virali che rimbalzano come schegge senza controllo, per non parlare delle catene di S.Antonio e dei post SSIC (Se Sei Indignato Condividi). Una vera piaga digitale. Tra di essi le vere notizie e i post, interessanti e approfonditi, si perdono. E siccome l'effetto collaterale di questa velocità è il pauroso abbassamento della soglia di attenzione che ci sta riducendo ad una mandria di analfabeti funzionali, ritengo opportuno, quasi necessario, un ritorno alle origini.
Un rapido esempio: proprio in questi giorni su Facebook è comparso un video virale in cui, durante un evento sportivo, una mamma con in braccio un neonato al momento di applaudire, avendo l'arto occupato a tenere il pargolo, ha pensato bene di usarlo come mano mancante. In pratica lo prendeva a sberle. Sommossa popolare, centinaia di commenti indignati con i più benevoli a invocare la pena capitale per la mamma modello. Peccato si trattasse di un clamoroso falso. Perché, senza neppure aguzzare la vista, si poteva vedere molto bene che la donna aveva in braccio una bambola.
La soglia di attenzione e paurosamente scesa sotto il livello di guardia.

E qui entrano in gioco i blog, che forse possono trasformare la loro agonia (sì perché i blog, non se la passano molto bene, sapete?) in qualcosa di utile.
Ormai siamo isole sperdute che attirano quasi esclusivamente altri blogger, perché il semplice lettore (permettetemi di chiamarlo così) è perso nel marasma social e quando, disgraziatamente, clicca su un link che lo rimanda a un post di un blog che supera le dieci righe, esclama è troppo lungo e corre via inorridito.
Possiamo cambiare questa agonia e renderla un luogo salutare: un posto tranquillo. Dove leggere qualcosa d'interessante, ben scritto e soprattutto approfondito.
Abbiamo ancora bisogno dell'ennesima classifica dei dieci libri che ci hanno cambiato la vita? Abbiamo ancora bisogno di un post quotidiano da dieci righe?
Abbiamo ancora bisogno dell'ennesima playlist?
Sì, ne abbiamo bisogno, perché a volte il futile è utile.
Ma abbiamo anche bisogno di scrivere di più.
Abbiamo bisogno di essere più lenti: chi scrive e chi legge. Tutti.
Ce l'avete fatta ad arrivare fino a qui?
Bene, è un buon inizio.

venerdì 24 febbraio 2017

Sex Pizzul: Pedate.

Tempo fa ho iniziato a pensare che la casualità non esista, ma tutto sia il frutto di un calcolo contorto di un Architetto divino che forse ha qualche rimorso e allora per farsi perdonare pone sul nostro cammino piccole perle per cercare di alleviare le nostre sofferenze. Lungi da me l'essere blasfemo. Ma l'Architetto ed io abbiamo un rapporto un po' così. Quello che prima era un dubbio si sta trasformando in un tarlo e chissà se a breve diverrà una certezza.

Continuo ad imbattermi per puro caso (per ora diciamo ancora così) in dischi che riescono a farmi dimenticare settimane belluine trascorse in modo anfetaminico, brontolando come una pentola piena di fagioli dimenticata sul fuoco.
E voi sapete che cosa succede, se dimenticate una pentola sul fuoco.
Settimane in cui, arrivato alla fine, se avessi la famigerata valigetta con i codici delle testate nucleari non esiterei a usarli in maniera del tutto causale. E mentre il mondo collassa nel fuoco atomico, riderei a crepapelle con gli occhi spiritati come un novello commissario Dreyfus.
Sono una persona brutta, lo so. Ma voi pensate d'essere migliori di me?
Vedete? Oggi è uno di quei venerdì e la vena polemica è ancora presente, nonostante abbia già ascoltato Pedate due volte. Ma dovevate vedermi prima!
Ancora un ascolto e questo venerdì sarà stupendo.
Pedate è una di quelle cose che fanno bene, che ti migliorano la giornata e, dopo quello che ho scritto prima, la migliorano all'umanità intera.
In un attimo di pausa, navigando nell'internetto senza una destinazione precisa, mi sono imbattuto nella copertina che vedete in cima al post. Poi ho letto il nome del gruppo.

Meriterebbero la Hall Of Fame solo per questo.
Un mash up tra i Sex Pistols, una bandiera del punk e Bruno Pizzul, a suo modo bandiera della divinità italica per eccellenza: il calcio.
Sex Pizzul.
La genialità è nei dettagli.
Non so chi siano, da dove arrivino e che cosa abbiano in passato. Al momento m'importa solo di Pedate e del suo essere punk senza esserlo. Perché pur presentandosi come tale, qui di punk non c'è traccia. Se non nell'attitudine. M'importa del suo suono così pieno, del basso (uno strumento che adoro) opulento e della non classificabilità della musica. Post Punk, New Wave, Art Rock, Funk? Non lo so. Forse la prima cosa che mi viene in mente e a cui potrei accumunarli sono i Primus di quel geniaccio di Les Claypool. Ascoltate The Fearless Wampire FC e poi ditemi.
Tutte speculazioni, per rendervi un'idea, perché poi alla fine chissenefrega!
Otto pezzi eterogenei, dotati di un groove pazzesco e che paradossalmente, nonostante la loro diversità, stanno bene insieme. Non è un ascolto immediato, ma poco alla volta ti prende e ti entra in circolo per non mollarti più.
Consiglierei questo disco solo per l'attacco anni ottanta di Soccer Brawl che mi fa sbarellare tutte le volte. E Irina Te Amo, altro tocco geniale, che ti spiazza a suon di schiaffoni noise.
Un atipico omaggio al mondo del calcio chiuso alla grandissima con Stadium, rivisitazione della sigla di Domenica Sprint che i più punk di voi sicuramente ricorderanno.
E adesso vado col terzo ascolto consecutivo.
Il mondo è bello. Evviva i Sex Pizzul!


Sex Pizzul, Pedate.
1) El Tanque
2) Go Foxes!
3) The Fearless Vampires F.C.
4) Irina Te Amo
5) Flying Scorpio
6) St. Pauli
7) Soccer Brawl
8) Stadium

Sex Pizzul su Facebook.
La play list sulla pagina YouTube della Chic Paguro.

venerdì 17 febbraio 2017

...Perché in Fondo lo Squallore Siamo Noi.

Possono non piacere, ma gli 883 hanno lasciato il segno. Specialmente nella generazione cresciuta negli anni novanta. E anche se forse non lo ammetterebbero mai, esistono estimatori di Max Pezzali anche tra le schiere degli amanti della musica più dura e (a quanto pare non sempre) intransigente.
A me non dispiacciono. Ho sempre pensato che fossero un buon prodotto pop confezionato con professionalità. E i testi del buon Max comunque riuscivano a far breccia in un animo post adolescenziale come il mio. Canzoni come Con Un Deca, La Dura Legge Del Gol o Come Mai erano uno spaccato di vita vissuta in cui tutti più o meno ci ritrovavamo. E ancora oggi quando mi capita di riascoltarle, lo faccio sempre con piacere. E un po' di nostalgia comunque salta fuori.

A dimostrare la trasversalità della musica di Pezzali ci pensano i 666, da Colleferro in provincia di Roma. Una band tributo degli 883 che rende loro omaggio in modo un po' particolare. Evita di ripetere pedissequamente le sonorità dell'originale ma letteralmente le sconvolge in chiave punk, hard core ed heavy metal.
Avrebbe potuto essere una cosa imbarazzante. Una roba inascoltabile. Invece ...Perché in Fondo lo Squallore Siamo Noi è un disco fico!
Primo, perché è suonato alla grande. Secondo, perché prende gli anthem originali, li trasforma senza stravolgerli e aggiunge quella carica rock da scapoccio ignorante che tanto ci piace.
E' un disco dannatamente divertente! Da ascoltare ad un volume disumano, rovinandosi le corde vocali. Sarebbe d'uopo lo scapocciamento ma avendo una certa età, le mie cervicali non possono più permettersi certi vizi. Chi può, osi!
E lo dice uno che trova le cover band inutili e un po' tristi. Salvo in alcuni rari casi, come quello dei 666.

Molto bella anche la copertina, anch'essa una cover di un album degli 883: La Donna, Il sogno E Il Grande Incubo. Disegnata da Zerocalcare, vede come ospite Eddie, la mascotte degli Iron Maiden e al posto di Pezzali, presente nell'originale, il su ex sodale Mauro Repetto.

Potete scaricare il disco gratuitamente qui.


666 ...Perché in fondo lo squallore siamo noi. (2016)
01 - Hanno Ucciso L'Uomo Ragno
02 - Jolly Blue
03 - Sei Un Mito
04 - Cumuli
05 - Rotta X Casa Di Dio
06 - Se Tornerai
07 - Il Grande Incubo
08 - Weekend
09 - Con Un Deca
10 - La Dura Legge Del Gol


666 su Facebook.
666 su Youtube.

mercoledì 15 febbraio 2017

Claudio Vergnani: A Volte Si Muore.

In una città dove intere aree erano preda di criminali e maniaci, di bande mascherate, di stupratori seriali e pazzi sbandati, e sotto il controllo di gangster in doppiopetto, si muoveva un assassino misterioso e invisibile chiamato il Bisbiglio. La leggenda voleva che solo i morti che si lasciava dietro – straziati e oltraggiati – potessero vederlo. Infliggeva una fredda violenza e una studiata crudeltà, muovendosi con astuzia nel buio e nel silenzio. Colpiva quando le sue vittime erano ignare, indifese o deboli. Oppure, al contrario, quando erano certe di essere al sicuro. E, quel che era peggio, non comprendevamo nemmeno perché lo facesse. Non eravamo un passo indietro, eravamo proprio anni luce distanti. Eppure, in qualche modo, sentivamo che il cerchio ci si stava stringendo intorno, che alla fine, in un modo o nell’altro, lo avremmo visto anche noi…



Avvertenza: questa non è una recensione. Si tratta di uno sfogo perché in questi giorni gira male.
(Vorrei vedere voi, dopo una settimana di Sanremo).
Sono un po’ stanchino di sentire gente che si lamenta e non alza un dito mentre chi si sbatte per proporre qualcosa, viene sistematicamente snobbato, criticato con cattiveria o, peggio, preso per i fondelli.
Mi scuso anticipatamente con Claudio Vergnani per aver usato il suo splendido romanzo come valvola di sfogo.


Che cosa dire che non abbia già detto nel post dedicato a La Torre delle Ombre?
Forse che A Volte Si Muore addirittura lo supera?
Che Vergnani è sempre più bravo?
Che appena finisci di leggere un suo romanzo hai già voglia di un altro?
Anche.
Quello che mi preme di dire però è questo.
Qualche coraggioso in rete sta cercando di far capire al pubblico che il fantasy non è solo Tolkien, l'horror non è solo King e il thriller non è solo Connelly.
Non ci credi? Clicca un po' qui!
C'è tutto un mondo intorno, aprite le finestre al nuovo sole! Là fuori ci sono un sacco d’autori molto validi che in alcuni casi si avvicinano pericolosamente ai grandi maestri.
E sapete una cosa? Ci sono anche degli autori italiani!
Sì Sì.
Proprio così.
Incredibile, vero?
Non ci credi? Allora fai un giro tra le pagine di questo blog oppure tra quelli linkati a destra e fatti un'idea.
Il mondo della letteratura di genere è vivo e vegeto. Ha solo un piccolo problema: tu.
Tu che sei troppo pigro per gironzolare in rete alla ricerca di qualcosa di nuovo.
Tu che non hai il coraggio d'investire una manciata di euro in un autore che non conosci.
Tu che sei così provinciale da non tollerare il fatto che il protagonista si chiami Giovanni invece di John e non viva a New York ma a Cusano Milanino.
Tu che sei bravo a lamentarti, solo a lamentarti.
Tu che sei così passivo che non scegli, ma ti limiti a subire il battage pubblicitario delle grandi Casi Editrici.
Tu che storci il naso solo perché l'autore si autoproduce.
Tu che sniffi la carta come se fosse Popper.
Sì, se la letteratura di genere in Italia non vende o vende poco, la colpa è anche tua.

Claudio Vergnani: A Volte Si Muore
Editore: Dunwich Edizioni
Ebook o Edizione Cartacea con copertina flessibile
ISBN-10: 8899635447
ISBN-13: 978-8899635442

domenica 12 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 Epilogo.

Ragazzi, è finita!
Ha vinto... Chi ha vinto? Non mi ricordo.
Anche quest'anno è andata. Ma è stata dura. Dura Davvero.
Ci sono state un paio di serate veramente difficili in cui ho dovuto capitolare di fronte al Moloch sanremese.
E questa sera, arrivare fino in fondo è stata un'impresa. Come la cura Ludovico.
Ora tutto quello di cui ho bisogno è questo:


sabato 11 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 #4.

Il Nazionalpopolare non è il vostro pane? Avete disegnato le croci sul muro del salotto, per contare i giorni che avete trascorso agonizzanti sul divano? Le vostre orecchie stanno producendo quantità industriali di cerume, per formare una barriera naturale contro le mefitiche vibrazioni sonore emanate del vostro televisore? Non disperate. Siete quasi giunti al traguardo. Silverfish Imperetrix non vi lascia soli nel momento più delicato e vi aiuta con due bombe dopanti che vi permetteranno di arrivare alla fine (quasi) incolumi.

Timoria: Viaggio Senza Vento.
Prima che Francesco Renga diventasse il Francesco Renga che tutti conosciamo, era il cantante dei Timoria.
Prima che Omar Pedrini fosse l'Omar Pedrini che tutti conosciamo, era il chitarrista dei Timoria.
I Timoria erano bravi. E Viaggio Senza Vento ne è la fulgida testimonianza.
Sia dal punto di vista dei testi, si tratta di un concept album che narra il viaggio del protagonista Joe che cerca di dare un senso alla sua vita, sia musicalmente perché tutto il gruppo è in stato di grazia, con un Renga insuperabile. Pianificare un ascolto ogni tanto non è solo un piacere ma è necessario a comprendere meglio che cosa ci siamo persi dopo il loro scioglimento.
 
Baustelle: Amen.
Lo so, avrei potuto mettere tranquillamente il suo predecessore La Malavita, che se la gioca ai punti.
Averne di dubbi così: è come scegliere tra lasagne e pizza quando mangi minestrina insipida da una settimana.
Penso non sia il caso di aggiungere altro.
Anzì sì: Francesco Bianconi era uno degli autori de Le Canzoni Fanno Male, portata al Festival dalla giovane proposta Marianne Mirage.
E si sente.
Indovinate che fine ha fatto la brava Marianne?


Avvertenza: qui non si tratta di essere snob o radical chic. Qui si tratta di sopravvivenza, perché dopo la quarta serata, non solo lo spirito, ma anche il fisico inizia a dare brutti segni di cedimento.
Perché quest'anno, a quanto pare, il Festival di Sanremo è davvero roba per gente coraggiosa, paziente e palestrata.