giovedì 28 aprile 2011

Santo Quasi Subito!

Brano tratto da: Monsignor Romero, Frammenti per un ritratto, NdA Press, Rimini 2005
"Mi comprenda, ho bisogno di avere un'udienza con il Santo Padre...". "Comprenda lei che dovrà aspettare il suo turno, come tutti".
Un'altra porta vaticana gli si chiudeva in faccia. Da San Salvador e con il tempo necessario per superare gli ostacoli della burocrazia ecclesiastica, Mons. Romero aveva sollecitato un'udienza personale con Giovanni Paolo II. E andò a Roma sicuro che, per quando fosse arrivato, tutto sarebbe stato sistemato.
Ora tutte le sue precauzioni sembravano svanite come fumo. I curiali gli dicevano di non saper nulla di quella richiesta. E lui andava supplicando per quest'udienza di ufficio in ufficio.
"Non può essere - disse a un altro - ho scritto molto tempo fa e qui deve esserci la mia lettera...". "Le poste italiane sono un disastro!". "Ma la mia lettera l'ho mandata a mano con...".
Un'altra porta chiusa. E il giorno seguente un'altra ancora. I curiali non volevano che incontrasse il Papa. E il tempo a Roma, dove era stato invitato da alcune suore, che celebravano la beatificazione del loro fondatore, stava finendo. Non poteva tornare a San Salvador senza aver visto il Papa e senza avergli raccontato tutto quello che stava succedendo là.
"Continuerò a mendicare quest'udienza", s'incoraggiava Monsignor Romero.
La domenica, dopo la messa, il Papa scese nel grande salone, dove lo aspetta una moltitudine per la tradizionale udienza generale. Monsignor Romero si era alzato molto presto per riuscire a mettersi in prima fila. E quando il Papa passò salutando, gli afferrò la mano e lo trattenne.
"Santo Padre - gli disse con l'autorità dei mendicanti - sono l'arcivescovo di San Salvador e la supplico, mi conceda un'udienza".
II Papa acconsentì. Alla fine c'era riuscito; sarebbe stato per il giorno successivo.
Era la prima volta che l'arcivescovo di San Salvador incontrava Papa Wojtyla, che da appena sei mesi era Sommo Pontefice.
Gli portò, accuratamente selezionati, dei rapporti di tutto ciò che stava succedendo nel Salvador perché il Papa ne fosse informato. E poiché succedevano tante cose, i rapporti erano voluminosi. Monsignor Romero li portò in una scatola e li mostrò ansioso al Papa appena iniziato l'incontro.
"Santo Padre, qui potrà leggere lei stesso come tutta la campagna di calunnie contro la Chiesa e contro di me viene organizzata nella stessa casa presidenziale".
II Papa non toccò un foglio. Né aprì il fascicolo. Nemmeno chiese nulla. Si lamentò soltanto.
"Vi ho già detto di non venire carichi di tanti fogli! Qui non abbiamo il tempo di leggere tante cose".
Monsignor Romero rabbrividì ma cercò d'incassare il colpo. E lo incassò: doveva esserci un malinteso.
In un'altra busta aveva portato al Papa anche una foto di Octavio Ortiz, il sacerdote che la Guardia aveva ucciso alcuni mesi prima insieme a quattro giovani. La foto era un primo piano del volto di Octavio morto. Nel volto schiacciato dal blindato si delineavano i tratti indigeni e il sangue li sottolineava ancora di più. Si notava molto bene un taglio fatto col machete sul collo.
"Io conoscevo molto bene Octavio, Santo Padre, ed era un bravo sacerdote. L'avevo ordinato io e sapevo tutti i lavori in cui era impegnato. Quel giorno stava dando un corso sul Vangelo ai ragazzi del quartiere...".
Gli raccontò ogni dettaglio. La sua versione di arcivescovo e la versione diffusa dal governo.
"Guardi, Santo Padre, come gli hanno spappolato la faccia...". Il Papa fissò la foto e non chiese altro. Guardò poi gli occhi umidi dell'arcivescovo Romero e mosse la mano indietro, come volendo togliere drammaticità al sangue raccontato.
"Lo hanno ucciso tanto crudelmente, dicendo che era un guerrigliero...", ricordò l'arcivescovo.
"E per caso non lo era?", rispose freddamente il pontefice. Monsignor Romero guardò la foto dalla quale sperava di ottenere compassione. Qualcosa gli fece tremare la mano: doveva esserci un malinteso.
Continuò l'udienza. Seduti uno di fronte all'altro il Papa inseguiva una sola idea.
"Lei, signor arcivescovo, deve sforzarsi di avere una relazione migliore con il governo del suo Paese". Monsignor Romero lo ascoltava e la sua mente volava verso il Salvador, ricordando ciò che il governo del suo Paese faceva al popolo del suo Paese. La voce del Papa lo riportò alla realtà.
"Un'armonia tra lei e il governo salvadoregno sarebbe la cosa più cristiana in questi momenti di crisi...". Monsignore continuava ad ascoltare. Erano argomenti con i quali, in altre occasioni, era già stato pressato da altre autorità ecclesiastiche.
"Se lei superasse le proprie divergenze con il governo, potrebbe lavorare cristianamente per la pace...". Il Papa insistette tanto che l'arcivescovo decise di smettere di ascoltare e chiese di essere ascoltato. Parlò timidamente, ma deciso: "Ma, Santo Padre, nel Vangelo, Cristo ci dice di non essere venuto a portare la pace ma la spada". Il Papa fissò Romero negli occhi: "Non esageri, signor arcivescovo!".
Terminarono gli argomenti ed anche l'udienza.
Tutto ciò me lo raccontò Monsignor Romero, quasi piangendo, l'11 maggio 1979; a Madrid, mentre rientrava affrettatamente nel suo Paese, costernato dalle notizie di un massacro nella cattedrale di San Salvador.

Óscar Romero fu assassinato il 24 marzo 1980 da un sicario con un colpo di pistola al collo mentre stava celebrando Messa.

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