lunedì 14 maggio 2012

Il Numero Della Bestia Compie Trent'anni E Io Invecchio.

The Number Of The Beast è uscito il 22 marzo del
1982, dura 40 minuti e 22 secondi e ha fatto fare agli Iron Maiden il cosiddetto "botto". Al suo interno non ci sono riempitivi e quasi tutte le canzoni sono dei classici. Chi, come me, ama molto i primissimi Iron Maiden, anche se si trova davanti a un pezzo di storia della musica, ha sempre quel retrogusto un po' d’amaro in bocca. I primi Iron Maiden erano più veloci, più cattivi, perfino un po' punk e sicuramente più spontanei. Nel momento in cui Steve Harris capisce che il suo sogno sta per avverarsi diventa più freddo e calcolatore. Inizia a smussare gli angoli e a forgiare quella macchina inossidabile che diventerà gli Iron Maiden con Bruce Dickinson alla voce. Già proprio lui. All’epoca i fan della prima ora si divisero perché Paul Di’Anno era tutt'altra cosa. Era un frontman sì statico, ma la sua voce era potente, aggressiva e sapeva anche dosare melodie da brividi (Remember Tomorrow e Strange World). Dickinson invece sembrava un pazzo scatenato appena evaso da un manicomio criminale. Un urlatore dalla voce meno calda, più acuta e con due polmoni da paura; non per niente soprannominato air raid siren. Ma la cosa importante era che fosse molto meno testa di gomma di Paul. Meglio rinunciare a qualcosa in termini di voce ma guadagnare in stabilità. Dickinson era l'uomo giusto per la creatura di Steve. Rimaneva ancora un angolo da levigare: Clive Burr. Un batterista dotato di una fantasia incredibile, ma troppo discontinuo. Serate in cui suonava velocissimo altre in cui sembrava andare al rallentatore. Il bassista padre/padrone della futura band Heavy Metal più famosa del mondo non poteva permettersi il lusso di avere sotto di lui una variabile impazzita. The Number Of the Beast fu la sua ultima prova discografica con gli Iron Maiden perché dal successivo Piece Of Mind ci sarà Nicko McBrian; un metronomo umano ma con molta meno fantasia del suo predecessore. Ma questa è un'altra storia. Non si può certo biasimare Steve Harris per queste scelte. Hanno dato i frutti sperati. E poi lui rischiava di suo, avendo sacrificato una carriera da calciatore professionista per una rock band. E’ stato bravo e gli è andata bene.
Così The Number Of The Beast diventa uno spartiacque. Oggettivamente è una pietra miliare non gli si può negare questo valore. Su nove pezzi, sei sono tuttora nella scaletta del gruppo e sono diventati immancabili in un ipotetico best of.

Se Invaders e Gangland possono essere considerati episodi minori, non sono dei semplici riempitivi. Gli altri pezzi sono clamorosi: Children of the Damned, The Prisoner, 22 Acacia Avenue e soprattutto The Number of the Beast che contiene gli assoli di chitarra tra i più belli di sempre, Run to the Hills l'anthem per eccellenza e quella che considero LA canzone Heavy Metal: Hallowed Be Thy Name. La canzone che detterà gli stilemi del genere per molti anni a venire e che sembra dettarli tuttora. Semplicemente perfetta.
E così gli Iron Maiden fanno il salto scrollandosi di dosso l’appellativo di gruppo di nicchia e  sdoganano l'heavy metal aprendo il varco a una miriade di altri gruppi. I Metallari crescono esponenzialmente passando da piccolo movimento “sotterraneo” a fenomeno di costume che durerà nel tempo, contrariamente a quanto successe con l’altro movimento che stava nascendo proprio negli stessi anni, quello dei Paninari che è stata una bolla modaiola nata e scoppiata in breve tempo. Metallari e Paninari erano un binomio esplosivo che portò, in alcuni casi estremi, anche allo scontro fisico. I Metallari disprezzavano i Paninari perché considerati emblema di una società ultracapitalista che proponeva il consumo sfrenato e l’esaltazione dell’edonismo. I Paninari, molto più “settari” degli altri movimenti, tendevano a denigrare ed emarginare chi non si atteneva ai rigorosi canoni estetici e comportamentali. Tali comportamenti sfociavano anche in odio vero e proprio, con risse e pestaggi.
Essere metallaro non voleva dire necessariamente andare in giro con il chiodo e avere i capelli lunghi fino al culo. Chi ascoltava Heavy Metal era metallaro. Punto a capo.
E la cosa poteva portare anche qualche guaio.
Era la fine del 1986 e stavo tornando a casa da scuola. Rigiravo tra le mani una cassetta celeste. Era una Sony HF da novanta minuti. Sul lato A c’era Powerslave mentre sul lato B un mio compagno aveva appena duplicato Somewhere In Time, uscito solo qualche settimana prima. Era la copia di una copia ovvero il festival del fruscio. Ma all'epoca non andavamo tanto per il sottile, avevamo a malapena i soldi per comprare una cassetta vergine, figuriamoci un disco.
Il fruscio, come lo sfrigolio dell'elettricità statica sul vinile, faceva parte del gioco. Erano quasi sempre presenti. Tant'è che non ci si faceva neppure più caso. Anzi, nei pochi casi in cui si aveva la fortuna di ascoltare qualcosa da un impianto stereo serio, ci stupivamo della pulizia e nitidezza del suono. Ci dava quasi fastidio. Il mio compagno di scuola possedeva un duplicatore di cassette e aveva degli amici che conoscevano dei tizi che avevano lo stereo e quindi i dischi (parliamo di vinile) che potevano registrare su cassetta. La cassetta dai misteriosi tizi passava agli amici che la passavano al mio compagno che ne faceva due copie, una per me e una per lui. A ripensarci sembrava roba da contrabbando e mercato nero. Adesso per fare i fichi lo chiamano Tape Trading.
Io non avevo lo stereo, me l'avrebbero regalato i miei genitori un paio d'anni più tardi, dopo una serie innumerevole di preghiere e suppliche. Avevo solamente una logora radio con "mangiacassette". I pochi soldi che giravano li investivo in cassette vergini e così nel giro di qualche settimana mi ero fatto l'intera discografia del gruppo per cui avevo praticamente perso la testa. Iron Maiden/Killers, The Number Of The Beast/Piece Of Mind, Powerslave/Somewhere In Time. Tre cassette da novanta minuti, due dischi per lato. In solitaria su una Tdk al cromo svettava Live After Death (della serie: quando gli album dal vivo avevano un senso). Era addirittura la copia dell'originale, pensate un po'. Le cassette al cromo costavano di più ma il suono rendeva meglio, quelle al ferro non me le potevo permettere.
Dunque, stavo tornando a casa rigirando la cassetta tra le mani quando un amico che percorreva un tratto di strada insieme con me la vide ed esclamò con un tono a metà tra lo sconcerto e il ribrezzo:
«Oh ma tu ascolti gli Iron Maiden? »
«Sì perché? »
«Ma lo sai che è la musica del diavolo? »
Ora una cosa del genere farebbe rotolare dal ridere, ma all'epoca no. Una frase simile poteva anche portare dei guai. Più o meno seri.
Se l’equazione heavy metal = musica del diavolo al giorno d’oggi è segno palese di un cervello mal funzionante, anche se ciclicamente qualche testa sottile propone nuovamente la questione, negli anni ottanta era un tema caldo e, in certi casi, preso troppo seriamente. Sul rock satanico furono scritti libri, articoli di giornale e girati anche servizi televisivi. Fu proprio grazie a un servizio al telegiornale che delirava sui negativi influssi che certa musica riversava nei giovani cervelli ancora in fase di sviluppo, in cui furono mostrate le copertine dei dischi degli Iron Maiden, i più famosi e i più bersagliati, che mia madre fece sparire in un colpo solo tutti i poster che avevo appeso in camera. Vi rendete conto di cosa voglia dire un’azione simile? Ne avevo uno gigante di The Number Of The Beast, perché è una delle copertine dei Maiden che preferivo e preferisco e lo vidi finire accartocciato nella spazzatura. A quindici anni lo consideri un delitto, una violazione dei diritti umani che apre una profonda spaccatura nei rapporti con i tuoi genitori, già fragili a quell’età. Riuscii a salvare dalla biblica collera di mia madre le poche cassette che avevo, ma non potei sottrarmi a un sermone epocale sulla musica che, a suo avviso, avrebbe potuto rovinarmi la vita poiché conteneva “le parolacce”. Ragazzi, a pensarci ora mi viene da ridere di fronte a tanta ingenuità, ma allora la considerai un’offesa. Non mortale ma quasi. Per un periodo fui costretto ad ascoltare le mie canzoni quasi clandestinamente, sempre con le cuffie, quando i miei non erano in casa o di notte, imboscato sotto le coperte. Poi la bolla scoppiò da sé, qualche mese dopo Vedendo che non stavo diventando un tossico scorticatore seriale, i miei genitori diventarono più permissivi. I poster tornarono sui muri della mia camera e il volume tornò a livello da sangue dalle orecchie.

Ma i problemi non c’erano solo in famiglia. Fuori di casa erano addirittura peggiori.
Giocavo a calcio. Un mio compagno di squadra, un paninaro grosso, il doppio di me, quando mi vide entrare nello spogliatoio indossando una maglietta di The Number prima iniziò a sfottermi pesantemente per poi fiondarsi contro di me gridando metallaro di merda ti spacco il c***o. Per fortuna che gli altri compagni riuscirono a fermarlo prima che mi prendesse a sberle. Da allora non ci parlammo mai più.
Un altro che consideravo un amico quando seppe dei miei gusti musicali, smise addirittura di salutarmi.
A volte, però, capitava l'opposto. A scuola ero bersaglio di un tizio che non perdeva occasione per attaccare briga, spillarmi soldi e colazioni. Gli chiesi anche il perché e lui mi disse che gli stavo semplicemente sul c***o. Proprio così, semplicemente sul c***o. Come si può ribattere a una cosa simile? Un pomeriggio mentre aspettavo l’autobus per tornare a casa, eccolo che arriva con quel ghigno butterato che faceva presagire nulla di buono. Ero esasperato.
«Imprestami mille lire.»
Mille lire per me erano una mezza fortuna e quell'imprestami era tutto fuorché una richiesta.
Era un finanziamento coatto a fondo perduto.
Inutile dire che mi cagavo addosso. Presi il portafogli e quando lo aprii per dargli i soldi lui vide il piccolo adesivo di The Number Of The Beast che avevo appiccicato all'interno.
«Ma ti piacciono gli Iron Maiden? »
«Sì. »
«Allora sei metallaro. »
«Bé… »
Intanto il tipo iniziò a sbottonarsi la camicia.
Rassegnato, iniziai a pensare che volesse mettersi comodo per prendermi meglio a sberle evitando di sudare.
Mi stavo preparando ad affrontare una scarica di sganassoni quando lui aprì per bene la camicia e con un sorriso soddisfatto mi fece vedere la maglietta con la stessa immagine che avevo sul portafogli.
«Questa viene direttamente dall’Inghilterra. Me l’ha presa mio cugino che c’è andato in vacanza.»
Per quanto ne sapevo, sarebbe potuta arrivare dal mercato sotto casa perché era identica a quella che avevo io, comprata al mercato appunto. Mi guardai bene dal farglielo notare cercando di assumere un’espressione a metà strada tra l’entusiasmo e l’ammirazione.
Sembrò funzionare perché lui riabbottonandosi esclamò.
«Vieni che ti offro un caffè. »
E iniziò a sbrodolarmi l’elenco dei suoi gruppi preferiti.
Non diventammo amici. Ma da quel giorno quando ci incontriamo, ci salutiamo cordialmente.
Anche per questo The Number Of The Beast è un disco importante ed è giusto celebrarlo.

P.S.
Quel giorno al tipo, il caffè glielo pagai io perché lui non aveva soldi.
Mi salutò dicendomi che mi doveva un caffè. Lo sto aspettando da ventisei anni.

2 commenti:

  1. Che postone, sembra un viaggio!
    Un sacco di ricordi anche per il sottoscritto: fa proprio strano ritrovarsi ad essere più vecchi di album che hanno fatto la storia.

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  2. Quando uno inizia a perdersi nei ricordi le parole scorrono a fiumi. Ci sono libri, film e dischi che entrano a far parte della tua vita e ti accompagnano. Magari rimangono a prendere polvere per anni poi, magari casualmente, li ritrovi e scatenano un sacco di ricordi ed emozioni.

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