giovedì 4 settembre 2014

Ipse Dixit XII

Il blog non è mai andato in vacanza ma la rubrica delle dichiarazioni nude e crude sì. Ora il tempo di crogiolarsi al sole (qualcuno c'è riuscito?) è finito ed è giunta l'ora di riaprire il sipario. Estate avara di raggi solari, ma non di parole che hanno meritato l'ingresso in questa rubrica. Ipse Dixit sembra riscuotere molti consensi che, lo devo confessare, sinceramente non aspettavo. Per festeggiare, nei prossimi giorni uscirà un post speciale che farà  sicuramente il botto. 
Restate da queste parti.


“E’ assurdo, dovrei essere morto e non so perchè non lo sono. La maggior parte della gente con cui andavo fuori di testa è morta. Son caduto dalle scale, sulle scale, sui balconi. Una volta sono saltato giù da una finestra di un hotel convinto che fosse al piano terra. Era al secondo piano e son finito su un cespuglio di rose. Non mi son fatto nemmeno un graffio. Non credevo di arrivare ai quaranta, figuriamoci ai sessanta. Non c’è motivo al mondo per il quale io debba essere ancora vivo”.
Ozzy Osbourne.

“Siamo immersi in un mondo di informazioni, ma non di conoscenza: testi brevi, videoclip, annunci, stimoli continui che ci distraggono a un ritmo velocissimo. Ma l’informazione non è conoscenza. La conoscenza, il pensiero riflessivo e lento, hanno bisogno di spazio e di tempo. Per questo i libri continueranno a esistere nonostante la mutazione del supporto che potrà essere non solo di carta, ma anche digitale. I libri restano veicoli della conoscenza, non dell’informazione”.
Mauro Sandrini.

“Leggo di artisti italiani che non si sarebbero esibiti perché, secondo il loro discutibile pensiero, c'era poca gente davanti al palco. A loro dico, prima di tutto non siete artisti. Secondo non vi meritate neanche un giorno di popolarità. Terzo dovete baciare la terra dove camminano i vostri fan, senza di loro sareste il nulla mischiato col niente. Quando si diventa famosi, o apparentemente tali, il calore del pubblico è la cosa più sincera che ti possa capitare. Un autografo, una stretta di mano, 4 chiacchiere sono il minimo che un artista dovrebbe fare nei confronti dei propri fan. Poi pensare che della gente paga un biglietto, si fa dei chilometri, aspetta ore il suo mito e tu, perché c'è meno gente del previsto, non sali sul palco è allucinante. Mio padre è nato nel 1944, ha venduto più di 30 milioni di copie e ha fatto più di 2 mila concerti. Quando arriva nelle prossimità del palco, la prima cosa che fa è scendere dalla macchina, fare autografi, foto e stringere la mano a tutti i presenti. Questo vuol dire essere artista. L'artista deve essere SEMPRE al servizio del proprio pubblico”.
Francesco Facchinetti.

“Ci sono due modi per opporsi alla barbarie.
Uno è diventare un po’ più feroci, incazzosi, integralisti, dogmatici, vendicativi e violenti: insomma, un po’ più simili ai barbari. E l’altro è quello giusto.”
Alessandro Giglioli.

“Elvis? Beh, lui non metteva i vestiti che indosso io, ma era sempre sopra le righe ed ha inventato un modo completamente nuovo di muoversi  durante le esibizioni dal vivo...Nessuno vorrà ammetterlo, me ne rendo conto, ma lui è stato il primo twerkatore. Elvis era come il sesso. Era un sex symbol ma nessuno avrebbe mai avuto da ridire su questo perché lui non era una ragazza. Ci sono ancora due diversi metri di giudizio quando una cosa viene fatta da un uomo o da una donna e io penso, con i miei atteggiamenti, di fare qualcosa di importante affinché non ci sia più questa disparità.”
Miley GuardaComeTwerko Cyrus.

“[...] non è – esclusivamente – responsabilità dei Berlusconi, dei Renzi, dei Farinetti. È colpa anche nostra che chiediamo per l’ennesima volta solo di credere, di sperare. Delegando agli altri il compito di dirci in che cosa. Anche in niente. E così rischiamo di fare la fine che descriveva Kafka: “Ci sono molte speranze, ma nessuna per noi”.
Ferruccio Sansa.

2 commenti:

  1. Concordo in particolare con la dichiarazione di Ferruccio Sansa.

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  2. Effettivamente è una delle poche affermazioni "lucide" che mi è capitato di leggere in un periodo in cui sono tutti molto bravi a lamentarsi dell'operato altrui, dimenticando le proprie responsabilità.

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