giovedì 27 novembre 2014

Mono: The Last Dawn.

Mono, compagine giapponese che a colpi di album stupendi sta lentamente, com’è nel suo stile, ridefinendo i canoni del rock strumentale. Dopo sei dischi è uscita da poco una coppia di nuovi lavori: The Last Dawn che prosegue il cammino stilistico fatto di malinconia e iniziato ormai dodici anni fa e Rays Of Darkness che inaspettatamente cambia rotta verso spiagge più cupe e poco rassicuranti.
Da qualche giorno sto ascoltando The Last Dawn. 
E’ incredibile come i Mono riescano in ogni loro disco a tramutare la tristezza in speranza.  Sì, perché i loro dischi sono un concentrato di malinconia e di spleen che potrebbero far cadere in depressione anche il più ottimista degli ottimisti. Ma se si ha la volontà, il coraggio e la forza di arrivare fino in fondo, ecco che spunta, improvviso e inaspettato, quel raggio di luce che fa apparire tutta la tristezza che hai ascoltato fino a quel momento come un viatico necessario per raggiungere la meritata serenità. Proprio così. Ascoltare un disco dei Mono significa attraversare gli strati più profondi della malinconia per poi emergere depurati dalle tossine spirituali. Come se fosse necessario affrontare questi stati d’animo per poterseli poi lasciare alle spalle e guardare oltre.
Sono i maestri del crescendo.
Partono sommessi, quasi sottovoce per non sbatterci immediatamente in faccia le nostre miserie. Perché se così fosse fuggiremmo a gambe levate, senza finire nemmeno la prima canzone. Invece loro ti chiedono il permesso. Ti chiedono candidamente: posso aprire quel cassetto, dove tieni il tuo passato? Dove hai nascosto i tuoi ricordi più intimi e dolorosi, i rimpianti e le frustrazioni? Vogliamo darci un’occhiata insieme perché sai, forse non sono così terribili come sembrano.
E tu cosa fai? Accetti, pur sapendo che invece sarà doloroso. E più vai avanti nell’ascolto (e nel ricordo) più ti rendi conto che non è per niente facile, ma c’è qualcosa che ti spinge ad andare avanti. Perché il dolore nei Mono rimane sommesso, coperto da una suprema malinconia. Ed è tutto un crescendo (l’ho detto: sono i maestri), dopo la partenza lieve s’innalza un maestoso muro sonoro la cui imponenza è sorretta da una melodia che colpisce dritta al cuore e scava in profondità. Poi arrivi alla fine e stranamente, dentro di te, si è fatta strada la speranza, perché è vero, tutti quei ricordi sono ancora dolorosi ma sono soltanto ricordi e non possono intaccare ciò che hai davanti. 
Così anche se fin dal titolo The Last Dawn può apparire come un disco senza speranza, quando finisci di ascoltarlo, ti senti bene.
Ti senti leggero.

2 commenti:

  1. I musicisti giapponesi sono maestri nel creare spleen e poi nel trasformarlo in toni quasi epici.

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  2. D'altronde tutta la cultura giapponese è permeata da una sorta di solennità epica che transpare anche nella musica. Mi vengono in mente Sakamoto, i più pesanti Boris o i devastanti Church Of Misery.

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