martedì 26 maggio 2015

Memorabilia #7

Intransigenza: parola d'ordine per King Diamond. O lo si ama incondizionatamente (come me) o il solo udire il suo falsetto può generare feroci travasi di bile ed eruzioni cutanee di vasta entità. Potrei dire che chi vuol bene all'horror deve per forza voler bene al Re Diamante poiché le sue storie in musica sono dei piccoli gioielli di genere. Ammetto però che il Re non è adatto a tutti i timpani.

  
Post pubblicato lunedì 24 novembre 2003, alle ore 23:10


KING DIAMOND


The Puppet Master (Massacre Records)

Lo ammetto: ho un debole per King Diamond.

Quando, nel 1988, ascoltai per la prima volta quel capolavoro di horror metal che s’intitola Them rimasi folgorato e andai a recuperare tutti i lavori del Re post Mercyful Fate. Scoprii, così, l’altro capolavoro del Re Diamante: Abigail.

E da allora attendo con trepidazione ogni nuova storia che King mette in musica.

Da quel lontano 1988 in poi il barbuto singer danese ha avuto una rispettabile carriera costellata di buoni successi costruiti su dischi belli e meno belli e su di un’intensa attività live. Il tutto all’insegna di una coerenza stilistica forse fin troppo intransigente che gli ha dato sì parecchie soddisfazioni, ma che lo ha anche penalizzato.

Perché, parliamoci chiaro, i dischi di King Diamond sono tutti uguali.

Dal suo esordio, quel Fatal Portrait datato 1986 che ancora risentiva delle influenze dei Mercyful Fate (il gruppo in cui militava il Nostro prima di intrapendere la carriera solista), fino a questo The Puppet Master, praticamente nulla è cambiato nel songwriting del Re. Questo potrà piacere ai fan più oltranzisti e agli amanti del genere e forse potrà far avvicinare qualche nuovo imberbe virgulto, ma continuerà a relegare King Diamond nell’angolino destinato agli autori di nicchia.

In questo disco, forse, qualcosa è cambiato, non molto ma è già un buon inizio.

Innanzitutto sono stati smussati quegli angoli che hanno reso i lavori successivi al bellissimo The Graveyard (1996) un po’ “pesanti” (non nel senso musicale del termine) e piatti, perciò si tratta di un lavoro molto più melodico e vario. Le vocals femminili hanno aumentato le loro apparizioni così come le tastiere che in qualche episodio non rimangono un mero contorno di sottofondo, ma contribuiscono decisamente alla forma canzone. Naturalmente il suono tanto caro KD non subisce decisi scossoni e rimane saldamente arroccato sui canoni power metal con rare spruzzate di speed, The Puppet Master, Blood To Walk e Living Dead ad esempio, dove, in quest’ultima, la cosa migliore rimane l’arpeggio finale contornato da tastiere sognanti e sussurri femminili e maschili che si rincorrono intrecciandosi.

Le “novità” sono rappresentate da Blue Eyes, No More Me e So Sad che sono delle nere “ballate” abbastanza atipiche per lo standard kinghiano. Qui le tastiere giocano un ruolo importante, specialmente l’organo su Blue Eyes e l’incipit con l’organetto da circo di No More Me, mentre le voci femminili che duettano con KD non sono mai fuori luogo e, anzi, donano all’atmosfera delle canzoni, già oscura di per sé, delle nenie infantili e delle cantilene che la incupiscono ulteriormente. Ed infine gli arpeggi di chitarra acustica, sottolineati da keys adatte all’atmosfera, riescono nell’intento di rallentare il ritmo senza annoiare, rendendo più oniriche le canzoni.

Altri pezzi risentono di quel restyling melodico a cui accennavo prima: Magic, The Ritual e Darkness posseggono dei ritornelli al limite dell’anthemico che ti entrano in testa e non se ne vanno più, e sono proprio questi episodi che più di ogni altro ci riportano ai fasti del duo Abigail/Them.

Risulta comunque difficile estrapolare una canzone dal contesto del concept, opera corale che va ascoltata nella sua integrità con tanto di testi alla mano per poter entrare nel teatro grand guignol del Re Diamante ed assaporare i suoi incubi a piene mani.

Una parola di merito va alla band di supporto capitanata dal fido Andy LaRoque che è di tutto rispetto e tecnicamente ineccepibile, con il buon Andy, al solito, a sfornare riffs assassini ed assoli di ottima fattura.

Come è sempre stato per tutti i lavori di KD, anche quest’ultima fatica farà la gioia dei suoi fan, ma lascerà indifferenti tutti gli altri.

Intanto io continuo a seguire il Re Diamante e le sue storie horror riponendo The Puppet Master nello scrigno polveroso e coperto di ragnatele insieme ad Abigail, Them e The Graveyard e sperando che le piccole “novità” presenti in questo bel disco siano un primo passo verso un nuovo e prolifico percorso artistico dell’oscuro cantastorie. 

5 commenti:

  1. Proprio ignoti, per me.
    Anche se il titolo mi fa pensare a Master of puppets XD

    Moz-

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  2. Ti fa pensare abbastanza bene perché il genere più o meno quello. Quindi, se ti piace il metallo pesante, forse dovresti buttarci un orecchio. Se non ti piace tu buttacelo ugualmente, chissa! :-)

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  3. Il post è talmente appassionato che invoglia al recupero e ad un ascolto! Non oso tentare a questa tarda ora, rimando! Anche perché sembra richiedere una certa attenzione.
    Sostanzialmente, non disdegno alcun genere (oddio XD) e non mi spaventa il falsetto!
    Buona domenica! ^_^

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  4. Conosco The Abigail e qualcosa dei Mercyful Fate, King Diamond ha una delle voci più particolari dell'heavy metal a mio parere, molto evocativa anche se a tratti quasi 'scenica'. Di sicuro da ascoltare.

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  5. @Glò: dopo l'ascolto, attendo fiducioso un tuo parere! :-)
    @A.H.V.: Benvenuta! Concordo, oltre alla peculiarità vocale KD è molto "teatrale" nell'interpretazione, d'altronde lui è null'altro che un cantastorie. Abigail, insieme a Them è uno dei capisaldi della sua discografia.

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