sabato 13 giugno 2015

Memorabilia #13

Ah! I Warlocks, uno dei mie grandi amori. All'inizio del 2004 fu un fiorire di gruppi che riportarono in auge la psichedelia. Tra di essi i Warlocks, che con Phoenix fecero il cosiddetto salto di qualità ed ebbero un fugace momento di successo. Durò poco, anche perché (come se mi avessero ascoltato) in seguito decisero di abbandonare la psichedelia dall'ascolto facile per perdersi in un puro, estatico ed estasiante delirio sonoro.


Post pubblicato domenica 11 gennaio 2004 alle ore 23:16

THE WARLOCKS


Phoenix (Birdman/Mute)

Nel background musicale dei The Warlocks da Los Angeles, California ci devono essere massicce dosi dei Velvet Underground: questo è stato il mio primo pensiero dopo aver ascoltato l’esordio dei nostri.
D’altronde in questa new wave della psichedelia non potrebbe essere altrimenti. I sette di L.A., però, partono dalla lezione del velluto sotterraneo per esplorare il mondo lisergico in modo personale e divertente, anche se non troppo originale. Ascoltando meglio il disco ci ho trovato un po’ di tutto: Blue Cheer, Hawkwind, Grateful Dead, rock, blues, e una spruzzatina di country, il tutto messo a bollire in un calderone fumante.
Questi stregoni pur avendo una formazione atipica, con due batterie (ma ci avevano già pensato i fenomenali Pink Fairies in tempi non sospetti) nulla aggiungono alla storia del rock, se mai ci fosse ancora qualcosa da aggiungere, ma bisogna ammettere che, insieme ai The Darkness e ai The Coral, i The Warlocks sono una boccata d’aria fresca in una scena che al momento sta stagnando in una sorta di sterile autocompiacimento stilistico (leggasi White Stripes, Black Rebel Motorcycle Club, The Strokes). Diciamo subito che quest’esordio è un buon disco con due singoli di grande effetto come Shake the Dope Out e Baby Blue, dai ritornelli facili facili che hanno aperto ai nostri le porte di Mtv, da una The Dope Feels Good che ti si stampa in testa e non ti molla più e di grandi canzoni come Cosmic Letdown con il suo lento incedere ipnotico che sembra giunto dallo spazio profondo.
Molto bella la parte finale di Inside Outside così space oriented da ricordarmi gli Hawkwind con quell’armonica che dona al pezzo una vaga atmosfera, concedetemi il termine, space-country.
Il disco si chiude con lo strumentale Oh Shadie che è anche il pezzo più psichedelico dell’album, tra loop, distorsioni e feedback è un vero e proprio trip allucinogeno degno della miglior scuola acida.
Siamo molto lontani, però, dai trip lisergici di un Ummagumma, la psichedelia dei The Warlocks è una “innocua” psichedelia di maniera e forse anche un po’ ruffiana. Come sicuramente ruffiane sono le voci che indicano il gruppo (il cantante/chitarrista e principale compositore Bobby Hecksher, su tutti) come consumatore indefesso di tutto ciò che sia acido, e si sa le voci messe in giro dalle case discografiche sono attendibili come le bombe di Maurizio Mosca. Che tutto questo “hype” (o farei meglio a dire “dope”) sia  un'altra Rock’n’ Roll Swindle?

Comunque sia, Phoenix va preso per quello che è: un bel disco rock.  
Tutto qui.




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