martedì 15 settembre 2015

Memorabilia #47

Dead Again è stato il capitolo finale di una vita troppo breve, e sapere che non ci sarà mai più un altro disco dei Type O Negative lascia in bocca il gusto agrodolce della malinconia. Una malinconia permeata di rabbia.



Post pubblicato  mercoledì 27 giugno 2007, alle ore 17:43

Type O Negative 
Dead Again


E’ strano parlare delle atmosfere plumbee dei Type O Negative mentre fuori il sole riversa la sua umida canicola e gli uccellini cinguettano allegramente svolazzando da un ramo all’altro. Se lo sguardo indugia fuori della finestra, mentre il vocione baritonale di Peter Steele inneggia ai più cupi anfratti dell’esistenza umana, ci si aspetta di vedere il grigiore soffocante della nebbia, mentre in lontananza un corvo si alza il volo salutando con un mesto gracchiare. Ed invece un paio d’adolescenti a torso nudo oscillano in un half pipe con i loro skate e una signora di mezz’età, unta d’olio più di Batista, sta prendendo la tintarella. Che strana sensazione. Un ossimoro multimediale: le orecchie sprofondate in un tetro paesaggio invernale e gli occhi immersi nei colori vivi dell’estate. Eppure quasi tutte le uscite dei TON sono estive. Come se quel gran burlone del vecchio Peter, con un ghigno beffardo, ti stesse dicendo: ti piace l’estate?  Sì? E allora ci penso io a rovinartela. Ci penso io a ricordarti che l’estate passa in fretta e, in men che non si dica, ritornerà l’autunno e poi l’inverno. E quelli trascorrono lenti, lentissimi.
E tu sai bene che non si sta riferendo alle stagioni.
Questa volta però il furbastro mi ha spiazzato. Per me ogni nuovo disco dei TON era un ritorno a casa. Essendo sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, d’originale (come se fosse facile di ‘sti tempi) il mio è un viaggio continuo alla ricerca di nuove emozioni sonore. Dopo tanto cercare, però, arrivo, ad un punto in cui è quasi fisiologico ritornare sui sentieri già battuti e assaporare quel già sentito che mi conforta. Anche a chi piace viaggiare fa sempre piacere tornare a casa e dormire nel proprio letto. Questo sono (erano?) per me i TON ma questa volta il ritorno a casa è stato spiazzante. Come se in mia assenza ci fossero stati i ladri e avessero messo tutto a soqquadro.
Ho comprato Dead Again a scatola chiusa, come ogni disco dei gruppi a cui sono più affezionato, senza leggere recensioni o ascoltare delle anteprime. Tanto so già che mi piacerà, un po’ di più o un po’ di meno dei dischi precedenti, ma mi piacerà. Anche Dead Again mi è piaciuto e mi piace, ma non mi aspettavo di sentire i TON, abituati alla lentezza e alla pesantezza, spingere sull’acceleratore in maniera così drastica.
L’apertura è affidata alla title track, uno dei brani più veloci e al tempo stesso più disposti alle solite sonorità di scuola TON ed è un opportuno ponte che agevola il passaggio tra quello che era, quello che è e quello che forse sarà. Rimangono in ogni modo gli stilemi tradizionali, come nel ritornello di Trippin’ A Blind Man, mentre in molte altre parti del disco la voce di Peter Steele è molto più aggressiva che in passato, quasi irriconoscibile.
The Profit Of Doom e These Three Things sono due mazzate di quasi undici e quindici minuti lente e melmose in cui è compresso tutto lo scindibile del mondo TON, Beatles compresi.
Le tastiere, un tempo trama importante per l’economia onirica delle composizioni sono relegate in secondo piano e se ne sente la mancanza. Il suono di chitarra è più pieno, meno ronzante e la voce meno declamatoria e più arrabbiata.
Some Stupid Tomorrow parte come un trash speed metal d’annata, poi effettua una repentina inversione ad u per tornare verso i territori che ritengo decisamente più consoni al gruppo.
A chiudere Hail And Farewell To Britain che è una summa del nuovo corso (?), ovvero amalgamare i Carnivore (la prima band in cui militava Steele) ai Type O Negative di Bloody Kisses e World Coming Down.
Un disco meno affascinante degli ultimi lavori, più diretto e al tempo stesso di più difficile fruizione, forse non un ascolto adatto a chi vuole avvicinarsi ai TON a cui consiglio di ripescare uno dei due dischi citati in precedenza. Per tutti gli altri una nuova sfida lanciata da quel gran bastardo adorabile di Peter Steele. E lo sguardo del Rasputin in copertina la dice lunga sullo Steele pensiero: sono sempre un bastardo incazzato e depresso, ma se guardi meglio, in fondo a questi occhi puoi scorgere la luce mordace di chi ti sta pigliando per il culo.

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