mercoledì 16 settembre 2015

Memorabilia #48

Uno dei rari casi di musica italiana presenti su Silverfish Imperetrix. Un esordio al fulmicotone, un pugno allo stomaco che ancora oggi lascia senza fiato.


Post pubblicato venerdì 22 giugno 2007, alle ore 13:55

Il Teatro Degli Orrori 
Dell'Impero Delle Tenebre


Quando ascolto un disco nuovo non mi esalto facilmente. Non ricordo nemmeno quand’è stata l’ultima volta che mi è capitato. Forse all’uscita di Nevermind dei Nirvana. Comunque sia, ascoltando questo disco mi sono esaltato. Ed è stato bello. C’è voluto un po’ di tempo perché le prime volte sono state ostiche (lo diceva anche Giovanni Lindo Ferretti, in tempi non sospetti che la prima volta fa sempre male), poi, come per incanto si sono aperte le porte della goduria sonora e mi ci sono tuffato a bomba.
Il Teatro degli Orrori è un (super) gruppo fondato da Pierpaolo Capovilla, Francesco Valente (One Dimensional Man) e Gionata Mirai (voce e chitarra dei Super Elastic Bubble Plastic) e rimpinguato da Giulio Ragno Favero, ex chitarrista degli ODM ed ora batterista dei Putiferio, arruolato come bassista.
Dell’Impero Delle Tenebre è il loro primo lavoro ed è il compendio ideale in cui ogni appassionato di rock dovrebbe perdersi, sfogliando le pagine vergate da riff di chitarra grandiosamente granitici, cesellate da un basso profondamente tellurico e rilegate da un drumming potente e preciso. E finalmente, lasciatemelo dire, dei testi come si deve! Non troppo criptici ma segnati da un lirico mistero che rende il tutto più intrigante e al di fuori dei soliti luoghi comuni in rima baciata al sapore di amore/cuore e dalla retorica politico/pacifista che ci sbrodolano addosso i gruppi cosiddetti “impegnati”. Dio Mio è il testo più bello che abbia sentito e letto da molto tempo a questa parte, per non parlare poi della title track con quell’ “Abbiamo perso la memoria del ventesimo secolo” che mi fa spuntare una lacrimuccia nostalgica riportandomi ai (bei) tempi dei CCCP.
Poi, si sa, non tutti i gusti sono al cioccolato.
Parole dure, arrabbiate e decadenti quelle salmodiate da un Capovilla a tratti posseduto dallo spirito di Carmelo Bene, che si agitano sotto la lunga ombra di poeti come Baudelaire e Artaud la cui influenza maledetta graffia con unghie appuntite un disco brutale anche nei suoni e, a suo modo, apocalittico, che ti aggredisce alle spalle e ti scuote fino a quando non cadi a terra esausto e senza fiato. Pronto ad assistere ad una nuova rappresentazione del Teatro Degli Orrori.
Disco dell’anno, senza dubbio alcuno.

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